Piloti civili per i Predator americani

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Dopo lo scandalo dei piloti di droni militari imbottiti di droga e alcool durante le missioni di guerra, l’Usaf con una decisione destinata a far discutere, affida i suoi Predtor a piloti civili

Si tratta, almeno per ora, di droni disarmati usati per intelligence, pattugliamento e ricognizione. I piloti civii non avranno missili da sparare, ma opereranno comunque in teatri di battaglia. Gli aerei interessati sono Reaper, quindi Predator di seconda generazione, molto più potenti e con autonomia ben superiore ai “vecchi” Predator 1.
Inizialmente due pattuglie al giorno saranno affidate ai “pollici” dei cvili, ma l’USAF prevede di aumentare il numero di “contractors” (un eufemismo che di solito sta per “mercenari”) fino a 10 pattglie al giorno: in una pattuglia ci sono fino a quattro droni che volano in formazione.

Anche se i civili non possono sparare, non avendo armi, di fatto per la prima vola nella storia dell’aviazione militare americana sono integrati in quella che i generali USA chiamano “kill chain”, la catena delle uccisioni, in quanto forniscono bersagli all’aviazione armata. In pratica, sono il primo anello di quella catena che parte dall’identificazione dell’obbiettivo e finisce con un missile che rade al suolo il bersaglio e tutto quello che c’è attorno. Ma per l’USAF il ricorso a merceari, pardon Contractors è una scelta quasi obbligata, trovandosi drammaticamente a corto di piloti di aerei senza pilota.

I contractors civili sono dipendenti dell’azienda Aviation Unmanned, texana, e dalla californiana  General Atomics Aeronautical Systems, che è poi quella che fabbrica i Reaper e i Predator.

 

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