Gli Stati Uniti spalancano le porte alla miniaturizzazione dei droni

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La FAA, l’ENAC americana ha stabilito l’obbligo di registare droni del peso al decollo (batteria inclusa) superiore a 250 grammi. E di fatto, liberalizza l’uso di tutti quelli inferiori a questa fatidica soglia delle 0,55 once (il documento FAA originale, in inglese). Una rivoluzione epocale nel mondo dei droni, che di fatto rende estremamente interessante e redditizia la fascia dei droni micro.

Una bomba che ha effetti immediati e molto positivi anche in Italia. Da noi, lo ricordiamo, un drone da due etti e mezzo può essere tranquillamente usato come SAPR per lavorare, facendo  operazioni specializzate persino in in città, senza patentino, molto probabilmente senza visita medica (di questo ancora non c’è certezza matematica, ma abbiamo l’autorevole parere del direttore del Servizio medicina Aeronautica di ENAC, dottor Antonello Furia, e sappiamo che almeno quattro operatori di micro SAPR sono stati riconosciuti da ENAC senza che sia stata chiesta loro la visita medica) e soprattutto senza bisogno di autorizzazione, visto che basta l’autocertificazione per le operazioni non critiche.

Finora, il mercato è stato molto tiepido verso i micro SAPR sotto i tre etti, e le grandi aziende produttrici hanno ignorato le necessità delle aziende italiane che vogliono operare con macchine potenti ma leggere. Paradossale, e molto istruttivo, in questo senso è stato il lancio del nuovo Parrot BeBop 2: quello vecchio pesava 4 etti, quello nuovo 5. Abbiamo chiesto a Giorgio Castellano, CEO di Parrot Italia, il perché di questa scelta che di fatto taglia fuori il nuovo Parrot dal nascente mercato dei micro SAPR urbani, e ci è stato risposto testualmente che “I tre etti riguardano solo l’Italia”. E quindi Parrot, nel tracciare le specifiche del nuovo Bebop, ha preferito aumentare l’autonomia (cosa a nostro avviso totalmente inutile, i 10 minuti del vecchio Parrot erano più che sufficienti), e quindi usare una batteria più pesante, invece che venire incontro alle regole italiane sui SAPR sacrificando l’autonomia in favore della leggerezza.
Una scelta che si è rivelata subito molto miope: un BeBop da due etti e mezzo avrebbe sbancato le vendite natalizie del ricchissimo mercato americano, usando il più che convincente argomento di vendita che non è necessaria la registrazione. A nessuno piace finire nei database del governo, né in Italia né negli USA, non è certo solo una questione dei cinque dollari che costa la registrazione.

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La GoPro ha condizonato pesantemente il design dei droni. E’ venuto il momento di voltare pagina, abbandonando le action cam e gimbal in favore di camere pensate per l’uso aereo stabilizzate via software.

Fregati dalla GoPro
Oggi i droni “prosumer”, quelli che sono venduti al mercato degli appassionati ma di fatto sono usati dai professionisti, come il Phantom, lo Xiro, lo Yuneec stanno attorno al chilo e mezzo di massa al decollo. Una scelta che non ha nessunissima ragione aerodinamica  ma nasce dal fatto che i primi Phantom erano nati per portare a spasso la GoPro, e quello del Phantom originale era il fattore di forma e dimensionale più indicato per questo payload.
Non che la GoPro fosse poi nulla di speciale, tant’è vero che è stata prontamente scaricata da tutti i grandi produttori ad eccezione (finora) di 3DR, e nemmeno era particolarmente adatta ai droni, visto che era pensata per i surfisti. Ma questo peccato originale ha condizionato la percezione stessa di “drone” che abbiamo oggi: una macchina più o meno delle dimensioni del Phantom, con quattro eliche.
Ma ora che la GoPro ha detto tutto quel che aveva da dire, che è stata sbarcata dai droni in favore di camere più indicate per questo uso, più aerodinamiche (l’aerodinamica della GoPro è simile a quella di un furgoncino per il latte), integrate nella logica della macchina in modo da poterle controllare dal radiocomando in tutte le loro funzioni, non ha più senso rimanere ancorati a un design così primitivo.

Black Hornet 28 Oct 2013

Molto più efficiente, silenzioso e leggero di qualsiasi quadricottero, il drone dei Marines è una micidiale macchina da guerra del valore di 40 mila dollari.

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Uno dei primi multicotteri con pilota a bordo, di inizio ‘900: un design definitivamente abbandonato negli anni ’50 in favore dell’elicottero, più efficiente, sicuro e manovrabile.

Come saranno i droni del futuro?
La legge americana pone una sfida di notevole portata all’industria: fate SAPR, e non giocattoli, sotto i due etti e mezzo. In due etti e mezzo si può fare moltissimo, con un poco di fantasia. Per esempio, è probabile che il design del multirotore andrà in soffitta, e non lo rimpiangeremmo: non c’è davvero nessuna ragione di sprecare grammi preziosissimi per portare a spasso nel cielo quattro motori, quando due bastano e avanzano, e molto si può fare anche con un motore solo: ne guadagna la sicurezza (quattro motori hanno il doppio delle probabilità di causare un incidente per un guasto rispetto a due) e soprattutto il peso. Il design del quadricottero è il più inefficiente noto alll’uomo,  e questo è il motivo per cui non esistono più (salvo esperimenti poco sensati senza futuro) multicotteri “full scale” con pilota a bordo: nel mondo “reale” il lavoro del quadricottero lo fanno gli elicotteri, che al prezzo di una meccanica indubbiamente più complessa offrono maggiore efficienza (e quindi batterie più leggere e autonomie più lunghe) e sicurezza.

Il multicottero con persone a bordo è nato prima dell’elicottero, è vero, ma gli ultimi sono stati abbandonati negli anni ’50, giudicati assolutamente inefficienti, inutili e pericolosi. Scommettiamo che lo stesso succederà nel mondo dei SAPR, ora che efficienza e leggerezza diventano le parole chiave per vincere sul mercato?
I militari lo sanno benissimo, e quindi i marines stanno sviluppando un gioiello di tecnologia, un elicotterino che sta una mano e surclassa qualsiasi quadricottero di peso comparabile, anche se il prezzo (40 mila dollari abbondanti) non è certo per tutte le tasche.
Molto può fare la ricerca per la miniaturizzazione: ancora una volta Parrot ha dimostrato che il gimbal sui piccoli droni è obsoleto e inutile: il suo lavoro lo possono fare tranquillamente i DSP, e quindi l’elaborazione del segnale video a bordo della macchina, una soluzione tutta software e niente hardware, evitando di portare inutilmente a spasso nel cielo una struttura pesante, complessa, delicata, costosa e tutto sommato poco efficiente come il gimbal brushless.
La sfida è stata lanciata, l’imperativo per le aziende è quello di convincere che con due etti e mezzo si possono fare macchine che oggi nemmeno ci sogniamo. Come sempre le leggi disegnano il futuro e costringono l’industria a uscire dal letargo, abbandonare i vecchi schemi per battere strade nuove.

Tra qualche anno guarderemo con affetto e nostalgia i vecchi, ingombranti multicotteri con le loro buffe gimbal appese sotto la pancia, che finiranno nella cantina della storia insieme alle cassette VHS, alle calcolatrici a manovella e ai 45 giri in vinile: roba per appassionati, nostalgici e romantici, mentre i nostri micro elicotteri faranno riprese ultra professionali decollando e atterrando dal palmo della nostra mano.

 

 

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