Le regole dei droni militari

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Di Francesco Paolo Ballirano
Avvocato esperto in diritto aeronautico e membro del Comitato Scientifico di DronEzine

Il fatto che il Regolamento ENAC sui SAPR non si applichi ai Velivoli di Stato, non significa che i droni militari possano fare quel che vogliono: ci solo regole anche per loro, e anche per i droni con le stellette vigono obblighi civili (per esempio il risarcimento dei danni) e le regole per la convivenza con i voli civili nello spazio aereo nazionale. Una materia sempre più d’attualità, ora che l’Italia, dopo l’Inghilterra, è la prima nazione NATO autorizzata a montare missili sui suoi Reaper e Predator, trasformandoli da semplici ricognitori in macchine da prima linea.

Nella foto un Piaggio Hammerhead, un drone militare pesante progettato e costruito in Italia

Droni armati: tra lotta al terrorismo ed evoluzione normativa

Recentemente gli Stati Uniti hanno accordato all’Italia la vendita di armamenti per i droni Reaper e Predator già in dotazione alla nostra aeronautica militare ma utilizzati per attività di ricognizione. La notizia è stata ampiamente diffusa dai vari siti di informazione e rappresenta un’evoluzione delle capacità operative dei droni in dotazione alle forze armate ed offre lo spunto per esaminare l’evoluzione normativa relativa all’uso dei droni da parte delle forze armate italiane. Come vedremo infatti, la normativa relativa ai droni militari è ben più datata rispetto a quella sui droni civili ed in sostanza anche dal punto di vista giuridico (così come quello tecnologico) i droni militari sono stati i precursori dei droni civili.

La particolare condizione giuridica dei droni militari e la Legge n. 178/2004

drone amendolaNonostante l’ICAO avesse assimilato in via di principio i droni agli aeromobili (art. 8 della Convenzione di Chicago), mancava una normativa nazionale ed internazionale che ne disciplinasse l’impiego. Le norme contenute nel Codice della navigazione del 1942 non avevano previsto nulla a riguardo, tant’è che la riforma dell’art. 743 del Codice della Navigazione (che oggi assimila agli aeromobili tradizionali gli aeromobili a pilotaggio remoto) sarebbe entrata in vigore solo nel 2006. Per ovviare a tali difficoltà giuridica venne creata una legge ad hoc, ossia la Legge n. 178/2004 recante disposizioni in materia di aeromobili a pilotaggio remoto delle Forze armate che ha introdotto per la prima volta nel nostro ordinamento la definizione di aeromobile a pilotaggio remoto (APR) e ha dettato una prima disciplina volta a permettere la navigazione aerea e la gestione amministrativa di questo nuovo tipo di velivoli militari. L’art. 1 della legge 14 luglio 2004, n. 178 definiva l’aeromobile a pilotaggio remoto (APR) come “un mezzo aereo pilotato da un equipaggio operante da una stazione remota di comando e controllo”.

La definizione data dall’art. 1 sebbene molto più sintetica di quella del successivo Regolamento ENAC, evidenzia la particolarità degli aeromobili a pilotaggio remoto, vale a dire l’assenza di compenetrazione fisica tra aeromobile e pilota. Particolare importanza riveste l’art. 2, in quanto autorizzava le Forze Armate italiane ad impiegare gli APR per attività operative ed addestrative dirette alla difesa ed alla sicurezza nazionale, in attesa di una normativa che disciplinasse l’aeronavigabilità e l’impiego di tali mezzi aerei nel sistema del traffico aereo generale. Ad oggi, nonostante gli sforzi e gli studi, non è presente una normativa di tal tipo, sebbene, soprattutto in ambito europeo, si stiano studiando soluzioni per rendere compatibile il volo degli APR con quello degli aeromobili convenzionali: un obiettivo che rimane tutt’ora attuale e rappresenta una sfida da vincere il prima possibile.

Ad ogni modo, per ovviare a tali difficoltà, la Legge n. 178/2004 stabiliva che l’utilizzo degli droni militari avvenisse nell’ambito aree segregate soggette a restrizioni e con le limitazioni stabilite da un apposito documento tecnico-operativo adottato congiuntamente dall’Aeronautica Militare, l’ENAC e l’ENAV per le problematiche relative al traffico aereo.

Le limitazioni, come era precisato nella relazione illustrativa della legge, riguardavano i profili di missione, le procedure operative, le aree di lavoro e gli equipaggiamenti, ivi comprese l’emissione di appositi NOTAM, le comunicazioni radio e radar e le condizioni meteorologiche. Unica deroga era che in caso di conflitto armato o di situazioni di crisi, gli APR potevano essere impiegati senza alcun tipo di limitazione.

La riforma del Codice della Navigazione del 2006

marina-camcopterLa riforma del Codice della Navigazione introdotta dal D.Lgs. 15 marzo 2006, n. 151, recante “Disposizioni correttive e integrative al decreto legislativo 9 maggio 2005, n. 96 recante la revisione della parte aeronautica del codice della navigazione a norma dell’articolo 2 della legge 9 novembre 2004, n. 265”, ha ulteriormente riformato la parte aeronautica del Codice e, da allora, il novellato art. 743 cod. nav., come ben noto, considera aeromobili anche i mezzi aerei a pilotaggio remoto, definiti come tali dalle leggi speciali, dai regolamenti dell’ENAC e, per quelli militari, dai decreti del Ministero della Difesa.

Per quanto riguarda gli aeromobili militari, l’art. 745 cod. nav., che dà la definizione di aeromobile militare, ha stabilito, al secondo comma, che gli aeromobili militari (tra cui sono oggi compresi anche gli APR) sono ammessi alla navigazione, certificati e immatricolati nel registro degli aeromobili militari (RAM), detenuto dalla Direzione degli Armamenti Aeronautici e per l’Aeronavigabilità del Ministero della Difesa. Nel 2006, proprio in attuazione di quanto disposto dall’art. 743, comma 2, del c. nav., il Ministro della Difesa ha emanato il D.M. 23 giugno 2006, relativo ai requisiti e alla classificazione degli APR militari, distinguendoli in:

(D.M. 23 giugno 2006, Tabella A)

tabella

Il Codice della Navigazione disciplina l’uso degli aeromobili militari in maniera estremamente limitata e ciò deriva dal fatto che il Codice si occupa dell’uso civile degli aeromobili. Ed infatti, l’art. 748 del Codice della Navigazione stabilisce espressamente che il Codice non si applica agli aeromobili militari ivi inclusi i droni militari.

Ciò vuol dire, tra l’altro, che sotto il profilo penalistico ad essi non sono applicabili gli specifici reati previsti e puniti dal Codice della navigazione. Per quanto riguarda invece l’aspetto civilistico i droni militari sono soggetti allo stesso regime previsto per gli aeromobili civili, atteso che l’art. 965 cod. nav., diversamente dal passato, non fa più alcuna differenza tra aeromobili civili e di Stato, ed ha sancito che anche gli aeromobili militari sono soggetti alla particolare responsabilità per i danni causati da un aeromobile a persone o cose sulla superficie.

La riforma del Codice dell’ordinamento militare e l’abrogazione della Legge n. 178/2004

COBRA-drone-tetheringCon l’entrata in vigore del D. Lgs. 15 marzo 2010, n. 66, che ha riformato il Codice dell’ordinamento militare, è stata riordinata la materia ed è stata abrogata la legge n. 178/2004. Ad oggi pertanto, il punto di riferimento normativo dei droni delle forze armate italiane è il Codice dell’ordinamento militare, che disciplina l’utilizzo dei droni militari agli artt. 246 e seguenti. Il Codice dell’ordinamento militare riprende per somme linee il testo della legge n. 178/2004, tant’è che l’art. 247, comma 1, autorizza le Forze Armate italiane ad impiegare gli APR per attività operative ed addestrative dirette alla difesa ed alla sicurezza nazionale; mentre i commi 2 e 3 prevedono che l’impiego degli APR avvenga nell’ambito di spazi aerei determinati e con le limitazioni stabilite in un documento tecnico operativo redatto dall’aeronautica militare (o dalle forza armata che lo utilizza) previa consultazione di ENAC ed ENAV.

Da ricognitori ad armi d’attacco

missleTerminata questa breve rassegna delle principali evoluzioni normative sui droni militari appare necessario ritornare alla notizia citata. È infatti evidente che in Italia stia cambiando l’approccio all’uso dei droni. Se fino a questo momento l’uso degli APR era limitato alle operazioni di sorveglianza, caratterizzate dalle “3 D”, ovvero dull (noiose), dangerous (pericolose) e dirty (in ambienti contaminati/ostili) con evidenti vantaggi in termini di efficienza, efficacia ed economicità, d’ora in avanti gli APR in dotazione alle forze armate italiane verranno utilizzati per attività offensive essendo dotati di kit di armamento in grado di colpire bersagli nemici, con un conseguente radicale cambiamento dell’impiego operativo.

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