La Brexit peserà anche nel mondo dei droni

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Di Francesco Paolo Ballirano, legale esperto di diritto aeronautico e membro del Comitato scientifico di Dronezine

Gli esiti del referendum tenutosi la settimana scorsa e che ha decretato la volontà del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea, porta con sé un numero elevatissimo di conseguenze giuridico-normative. Tra le varie previsioni (in verità alquanto nebulose) circa il futuro della Gran Bretagna appare interessante verificare se vi possano essere conseguenze anche sulla normativa relativa agli aeromobili a pilotaggio remoto.

Inghilterra fuori dal cielo unico europeo?
Il settore dell’aviazione civile rappresenta un punto chiave dell’integrazione europea. in particolare, il trasporto aereo ha svolto un ruolo cruciale nella creazione di un unico mercato europeo con identiche regole applicabili in tutti gli stati dell’Unione. Tra le varie conseguenze, oltre alla istituzione dell’EASA, riveste una particolare importanza il Regolamento CE 216/2008 (cd. Regolamento basico) che nella sua attuale versione stabilisce che i droni che hanno un peso massimo al decollo inferiore ai 150 kg sono regolamentati in via esclusiva da ciascun Stato Membro. È fatto noto che stando alle recenti bozze e alle notizie diffuse, a breve – si parla addirittura entro 2016 – il Regolamento Basico sarà modificato in modo tale da includere i droni con un peso massimo al decollo inferiore ai 150 kg nelle competenze europee e creare pertanto un’unica normativa a livello europeo. L’EASA e la Commissione avranno pertanto un ruolo cruciale per quanto riguarda gli aeromobili a pilotaggio remoto e per la loro regolamentazione tecnica e giuridica. È altrettanto noto che tramite il progetto SESAR il futuro scenario europeo cambierà in maniera tale da permettere ai droni “europei” di poter essere pienamente integrati nel traffico civile europeo.

Fuori dall’Europa ma dentro EASA?
Stando così le cose, a quanto pare, il Regno Unito sarebbe escluso da questo importante processo di riforma. È da premettere tuttavia che la questione potrebbe avere, quantomeno nel breve- medio periodo, uno scarso effetto pratico. Questo per due ragioni. Anzitutto, la procedura di uscita dall’Unione Europea disciplinata dall’art. 50 del Trattato di Lisbona potrebbe essere lunga e durare anni, nei quali il Regno Unito dovrà comunque rispettare la normativa europea vigente poiché fino a quando non vi sarà una sua uscita definitiva farà parte a tutti gli effetti dell’Unione Europea come qualsiasi altro Stato Membro.
Ad oggi, tra l’altro, il Regno Unito non ha notificato formalmente nessuna richiesta di uscita dall’Unione Europea. La seconda ragione è rappresentata dal fatto che con molta probabilità l’uscita del Regno Unito richiederà una soluzione alternativa in grado di consentire il rispetto della normativa europea con una diversa veste giuridica. È infatti improbabile che i droni (e gli operatori) di “oltre manica” vogliano essere esclusi dal ricco mercato europeo. Le possibili soluzioni sono molteplici e potranno essere trovate anche durante la procedura di “recesso” che avvierà il Regno Unito, dove, eventualmente, verranno anche negoziate le modalità di accesso al mercato europeo, ivi incluso quello dei droni.
In sostanza, potrebbe profilarsi un futuro dove il Regno Unito uscirà dalla porta principale ma rientrerà da una finestra creata ed hoc. Tale possibile scenario non è tanto lontano dalla realtà:  è il caso di dire che attualmente fanno parte dell’EASA anche stati che non sono membri dell’Unione Europea, come la Svizzera e la Norvegia ai quali si applica la normativa EASA in virtù di separati e specifici accordi.

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