Solo una catastrofe

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3dr-solo-smart-drone-quadcopter-1978-pIl Ceo di 3Dr, Chris Anderson, in una lunga intervista a Forbes spiega i retroscena del fallimento del suo drone, il Solo, che pure era l’unico drone prosumer statunitense a poter in qualche modo competere con i giganti cinesi e con l’europea Parrot. Probabilmente, anche se Anderson non lo dice, dietro al naufragio del drone c’è anche una politica commerciale poco accorta (per esempio non si è mai visto un distributore europeo, se pure c’era non ce ne siamo accorti) e scelte tecnologiche anacronistiche, come il restare caparbiamente ancorati alla camera GoPro quando tutti gli altri l’avevano abbandonata, senza mai svilupparne una in casa. Con il risultato di dover concepire un gimbal adeguato, che – dice lo stesso Andersen, “è stato più difficile che fare il drone”, causando anche pesati ritardi sulla data del lancio. Inoltre, Solo ha anche sofferto di qualche guaio tecnico piuttosto serio al GPS.

“Fare droni è difficile”. Già, sante parole
Non faremo più il Solo e non faremo più nessun altro drone” ammette amaramente Anderson, dando in qualche modo credito alle voci, sempre più insistenti, che vedono in futuro 3DR diventare uno sviluppatore di software per altri produttori di droni. “Mi piace l’idea che altre aziende facciano l’hardware, così possiamo concentrarci sul software e servizi. Siamo una azenda della Silicon Valley e si suppone che sappiamo fare il software, ci sono aziende cinesi che si presume facciano l’hardware”. Sarà, ma a noi sembra che i cinesi il software lo sappiano fare benissimo. Andersen scopre che Il mercato dei droni è difficile, come un boomerang gli sono tornate sulla testa le parole con cui pochi mesi fa avvisava Nick Woodman, ceo di GoPro, del fatto che “Fare un drone è difficile, non è come fare una telecamera”. Soprattutto è difficile farlo negli Stati Uniti, dove il costo del lavoro non è paragonabile a quello della Repubblica Popolare: costruire un Solo costava a 3DR 750 dollari, e anche se il prezzo di vendita era oltre 1.400, alla fine il margine era risicato. E non poteva sopravvivere all’aggressiva politica di DJI, a cui è bastato abbassare i prezzi dei Phantom 3 per dare la spallata definitiva alla creatura di Anderson: “Non avevo mai visto un mercato dove i prezzi sono crollati in questo modo” dice a Forbes ancora scosso. “Ci hanno rimesso tutti salvo la stessa DJI”. 

Solo una catastrofe
Ai tempi d’oro, 3DR è arrivata a produrre 60 mila droni in un anno, vendendone però poco più di un terzo (22 mila). I magazzini si riempivano di Solo invenduti, i conti precipitavano, gli investitori si dileguavano e non c’erano più risorse per inventarsi qualcosa di diverso dal Solo, come il racer Nemo, rimasto sulla carta. Solo non ha mai venduto volumi nemmeno lontanamente in linea con i business plan. Così in meno di un anno è stata chiusa la fabbrica di Tijuana e i prestigiosi uffici di San Diego, con pesanti sacrifici per i lavoratori messicani e gli impiegati americani. “It was just brutal” (è stato semplicemente brutale)  ammette Andersen a Forbes. Il bilancio è pesante, il futuro incerto e i danni ingenti: 150 licenziati e 100 milioni di dollari di capitale bruciati. Ed è caduta la testa anche di qualche dirigente, va detto a onor del vero. Impossibilitata a pagare, 3DR ha dovuto piegarsi a un pesante accordo di cessione di beni per saldare le fatture dei fabbricanti dei droni rimasti ad arrugginire in magazzino. Resta solo una manciata di impiegati in Messico per fare assistenza ai pochi clienti del Solo. Il commento finale, caustico e amaro, lo fa un ex impiegato di 3DR citato da Forbes: “E’ stato un caso lampante di presunzione da Silicon Valley. 3DR è stato un errore da principianti costato cento milioni di dollari”.

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