I finanziatori dicono basta: “Non buttiamo più soldi con i droni”

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Crolla il capitale di rischio investito nell’industria dei droni. Scottati da troppe esperienze negative, non ultima il flop di 3DR, i venture capitalist portano al sicuro i loro soldi, lontano da eliche e piccole ali. Risultato, finanziamenti in picchiata: -60%.

mw-ey355_cb_102_20161020154802_nsAlla larga. Il capitale di rischio, vero motore delle startup, soprattutto negli USA ma non solo, scappa dai droni. E trovare soldi per finanziare anche le buone idee diventa un incubo. I numeri fotografano un vero panico tra gli investitori: il capitale di rischio è crollato del 59% nell’ultimo trimestre, -48% in quello precedente. I dati, sconfortanti, vengono dal report Venture Pulse, un bollettino trimestrale pubblicato da KPMG International e CB Insights. Facendo il conto, mancano quasi 80 milioni di dollari rispetto allo stesso trimestre del 2015.

I cinesi hanno vinto, chiudiamo i rubinetti
Meno soldi, e anche meno progetti finanziati: erano 12 nel terzo trimestre 2015, saranno solo 8 quest’anno. Non che i droni di per sé siano diventati meno attraenti per il mercato, anche dei capitali, ma si riduce drasticamente lo spazio per le nuove imprese. Ormai i giochi sono fatti, i leader sono già emersi, fargli concorrenza non sembra realistico. Inutile buttare via soldi per cercare di correre dietro a DJI, meglio investire altrove. Un poco più diplomaticamente il concetto lo spiega Alex Niehenke, un investitore di  Scale Venture Partners: “Nel 2015 tutti erano super convinti di buttarsi nel mercato dei droni, oggi vediamo emergere i leader di mercato”. Inutile girarci intorno, insomma: chi si è mosso per tempo e aveva i numeri ha vinto, adesso sedersi al tavolo dei grandi è molto più difficile.

Quanti soldi buttati!
Molti investitori si sono scottati, finanziando fin troppo generosamente progetti che non potevano andare da nessuna parte: la catastrofe di 3DR non solo ha lasciato senza lavoro 150 persone, ma ha anche bruciato 100 milioni di dollari di venture capital. Mentre il drone Solo pagava a carissimo prezzo il voler restare anacronisticamente legato alla action cam GoPro, DJI se ne liberava e volava a prendersi il 70% del mercato e a capitalizzare otto miliardi. Chi ha scommesso sul cavallo giusto ha vinto, gli altri si leccano le ferite. Alex Nienke spiega che ormai il venture capital non crede più nella possibilità di inserire startup nella creazione di droni, e piuttosto si concentra sul software dei robot volanti: tutt’al più, si rischieranno meno soldi, visto che sviluppare software richiede investimenti minori rispetto al produrre droni. Tra l’altro, spiega ancora Nienke, finanziare aziende di software ora è più interessante, grazie a una combinazione di elementi positivi: prima di tutto le nuove regole per i droni commerciali negli USA, che mettono le ali al mercato, poi il grande grado di sofisticazione raggiunta dai droni prosumer, che si comperano al supermercato e sono già adeguati a molti lavori professionali. Quindi non c’è più ragione di investire in startup impegnate nello sviluppo di nuovi droni, le aziende che già ci sono al momento bastano e avanzano, bisogna invece puntare a usarli al meglio sviluppando soluzioni per chi i droni li fa volare. Ma attenzione, gli investitori non vogliono più rischiare tutto sui droni, come spiega Ron Stearns, di Velocity Group: “I venture capitalist ora vogliono scommettere su aziende già affermate, che non basano solo sui droni la loro sopravvivenza. Ritengo che il denaro andrà a provider commerciali di imagery e big data, realtà che integrano i droni come parte del loro business e non su aziende che hanno un drone in sviluppo e devono ancora capire come sfruttarlo”.

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