La privacy svedese mette a terra i droni con camera. Ma da noi non può succedere, ecco perché

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Di Francesco Paolo Ballirano, legale esperto in diritto aeronautico e membro del Comitato Scientifico di DronEzine

Con una sentenza criticatissima, la Corte Suprema Amministrativa della Svezia ha reso illegale nel Paese nordico l’uso dei droni con telecamera, per ragioni di privacy. Una sentenza che ha suscitato feroci polemiche e taglia la Svezia fuori dall’industria dei robot volanti, ma non potrà mai avere effetti da noi. Ecco perché.

Ha fatto il giro del mondo la sentenza della Corte Suprema Amministrativa Svedese del 21 ottobre 2016 che impone pesanti limitazioni nell’utilizzo dei droni in Svezia. Molti giornali hanno, con toni allarmistici, diffuso la notizia che d’ora in avanti i droni saranno vietati in Svezia e che tale orientamento potrebbe essere seguito dagli alti stati europei, inclusa l’Italia. In realtà così non è e la sentenza della “Högsta förvaltningsdomstolen” merita un’attenta analisi, volta a spiegare le ragioni principali del perché avrà scarso seguito sia in Svezia ed ancor meno in Europa ed in Italia (la sentenza si può leggere qui, ovviamente in lingua svedese) .

Lei sì: la sentenza "grazia" le camere montate su bici e automobili e punisce solo quelle dei droni.

Lei sì: la sentenza “grazia” le camere montate su bici e automobili e punisce solo quelle dei droni.

La Suprema Corte Amministrativa è l’organo di vertice e di ultima istanza della giurisdizione amministrativa svedese. Si occupa solo dei casi di rilevo ossia quei casi che, dato il tema trattato, possono fornire ai cittadini chiarimenti interpretativi sulla legge e le cui sentenze possono essere utilizzate dalle corti inferiori come precedenti per decidere casi simili.

Il caso posto all’attenzione della Suprema corte amministrativa svedese non ha ad oggetto il volo dei droni in sé, che è regolato, similmente alle altre normative dei vari stati europei, con limitazioni relative al peso, ai luoghi ed in particolare all’altezza. L’interrogativo su cui è stata chiamata a rispondere la Suprema corte è quello relativo alla funzione della videocamera collegata al drone che, date le sue caratteristiche, potrebbe essere qualificabile come un mezzo per svolgere attività di videosorveglianza, attività sottoposta a pesanti limitazioni.

La sede della Corte Suprema Amministrativa svedeese a Stoccolma

La sede della Corte Suprema Amministrativa svedese a Stoccolma

Infatti, la normativa svedese in materia prevede che le videocamere che siano a stretto contatto con l’utente (quelle a mano o quelle montate sulle biciclette o le auto) non sono da considerarsi come videocamere che effettuano attività di sorveglianza. In mancanza, le videocamere e le relative riprese dovranno essere considerate come attività di videosorveglianza e pertanto soggette, anche per ragioni di privacy, a specifiche autorizzazioni. Il punto della questione dunque è comprendere se i droni, sui quali sono montati videocamere, siano da ritenersi come videocamere portatili o meno al pari di una GoPro od altro strumento utilizzato su una bici o in auto, con fini che comunque che non violino la privacy dei cittadini.

Con motivazioni comunque criticabili, la Suprema Corte svedese ha ritenuto che i droni non sono qualificabili come videocamere portatili. Il ragionamento dei giudici svedesi parte dalla nozione di drone, ossia di velivolo a pilotaggio remoto, dove il pilota non ha un controllo diretto del mezzo e men che meno della telecamera montata sul drone, in quanto il pilota, a dire della Corte, può intervenire sulla conduzione del velivolo ma non sulle attività di ripresa della videocamera. Tale circostanza risulta ancor più evidente se lo si conduce in modalità in cui si perde il contatto visivo con il velivolo. Sotto tale aspetto, a dire della Suprema Corte Amministrativa, il drone si differenzia notevolmente da altri veicoli come le biciclette o le macchine e pertanto le riprese effettuate a mezzo drone sono da considerarsi come attività di videosorveglianza. Ad ogni modo, non esiste un vero e proprio divieto. In primo logo, le forze di polizia sono autorizzate ad utilizzare i droni muniti di videocamere per la prevenzione dei reati. In secondo luogo, non è vietato in assoluto utilizzare il drone munito di telecamera. Infatti è possibile far ciò tramite il conseguimento di un apposito permesso, seppur costoso e di difficile conseguimento.

È evidente che tale motivazione è suscettibile di critica e probabilmente fondata sul timore (spesso privo di specifici riscontri fattuali) che il drone possa in un modo o nell’altro violare la riservatezza delle persone. Ma il ragionamento è ulteriormente criticabile laddove non viene fatta alcuna differenziazione tra le modalità di conduzione dei droni e laddove non viene analizzata a fondo la figura del pilota, che pur non essendo a diretto contatto “fisico” con il velivolo, ne ha comunque il pieno controllo, incluse le relative dotazioni quali, appunto, le videocamere.

Ad ogni modo, la sentenza della Corte Suprema svedese non ha né avrà alcun impatto nelle mura di casa nostra, poiché ha ad oggetto una normativa di altro stato – ed in particolare la privacy, tema molto caro agli svedesi- e in nessun modo potrebbe trovare “ingresso” formale nel nostro ordinamento.

Difficilmente questo specifico caso potrebbe essere di ispirazione per gli altri stati europei, sia perché la sentenza è stata fortemente criticata nella stessa Svezia, sia perché vorrebbe dire che un’importante fetta di mercato scomparirebbe con conseguenze economiche ed occupazionali di enorme rilievo. Ad ogni modo, a prescindere dal ragionamento (sicuramente astruso) fatto dai giudici svedesi, il problema principale di un tale divieto risiederebbe nella sua effettiva applicazione: sarebbe difficile, se non impossibile, per le forze dell’ordine impedire le numerosissime riprese effettuate e richiederebbe un impiego di forze e mezzi che nemmeno uno stato così avanzato ed organizzato come la Svezia potrebbe permettersi.

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