GoPro merita una seconda possibilità?

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Dopo la vicenda del Karma si impone una profonda riflessione sulla natura dei droni e sulla responsabilità che la loro produzione impone alle aziende.

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Chris Anderson: “Nick, fare droni è difficile, non è come fare una telecamera”

Si è avverata la profezia di Chris Anderson, il ceo di 3D Robotics (nella foto): “Fare droni non è come fare telecamere, dove basta mettere insieme un po’ di hardware cinese” aveva sbottato in faccia a  Nick Woodman, il fondatore di GoPro. “Fare droni è difficile“. E la vicenda del Karma, drone lanciato sul mercato e ritirato perché pericoloso pochi giorni dopo, prova che Anderson aveva ragione. Certo, l’esternazione di Anderson  era dettata dalla rabbia, si sentiva tradito dal fatto che Woodman avesse deciso di fare un drone in proprio per non rimanere tagliato fuori dal mercato delle riprese aeree personali, invece di puntare sul 3DR Solo, unico drone di alta gamma a credere ancora nella GoPro, dopo che la camera californiana era stata sbarcata dai grandi produttori cinesi, DJI e Yuneec, e non era nemmeno mai salita a bordo degli europei Parrot.

Ad Anderson probabilmente bruciava il fatto che GoPro non si fidasse abbastanza del Solo come via maestra per rimanere nel mercato dei droni. Ma Woodman a conti fatti aveva ragione a non fidarsi e mettere tutte le sue carte sul drone americano, e di fatti il Solo è naufragato giusto qualche mese fa, lasciando senza lavoro centinaia di persone. Woodman aveva visto giusto sul fatto che se voleva tornare a far volare le sue camere aveva bisogno di un drone fatto in casa, ma aveva sbagliato a non dare ascolto ad Anderson che lo avvisava che non sarebbe stato per nulla facile. Il resto è cronaca recente: dopo due anni di tira e molla, annunci e smentite, roboanti dichiarazioni e pochi fatti Karma, il primo drone GoPro, ha visto la luce. Ma il bebé è nato morto.

Segnali preoccupanti

Come Anderson aveva profetizzato, tutte le difficoltà di progettare un drone sono venute immediatamente al pettine. Il drone GoPro ha fatto da subito storcere il naso ai più esperti: il nuovissimo drone appariva già vecchio, senza funzioni avanzate che sono la base stessa di un drone per riprese personali, come il Follow me, quella che fa sì che il drone segua da solo il soggetto della ripresa. Un po’ difficile pretendere di sfondare nel mercato delle riprese aeree personali senza una funzione così fondamentale proprio per il tipo di utenti a cui il Karma si rivolgeva. Ma in fondo quello non era poi un gran problema, il Follow Me è tutto software, con un po’ di tempo si sarebbe potuto aggiungerla in seguito. Come peraltro ha fatto Parrot, che l’ha integrata nel BeBop 2 giusto poche settimane fa. Il vero guaio è che il software di bordo incompleto, privo di funzioni utili ma non indispensabili per la navigazione, era la spia di un problema ben più profondo, che è esploso immediatamente in tutta la sua drammaticità: ogni tanto (in pochissimi casi, precisa GoPro, ma non dice quanti) il computer impazzisce e spegne i motori. Capita anche ai migliori, lo sappiamo bene noi europei che per lo stesso identico problema abbiamo perso la sonda che doveva portarci su Marte, anche lì il computer capriccioso ha spento i razzi quando non doveva. Ma sta di fatto che il Karma non era ancora pronto, non era stato testato a sufficienza e quindi non avrebbe mai dovuto essere lanciato sul mercato.

La responsabilità di Spiderman

A un grande potere corrisponde una grande responsabilità, diceva l’Uomo Ragno. I droni ci danno superpoteri, ci fanno volare come supereroi, ma impongono responsabilità altrettanto super, sia a chi li pilota sia a chi li fabbrica. Il Karma pesava un chilo, viaggiava a 50 chilometri all’ora alla quota di 150 metri. Se i motori si spengono, diventa un sasso, e il pilota non può fare assolutamente nulla, i multicotteri non hanno comandi aerodinamici che possano dirigere in qualche modo la caduta, entra in gioco solo la balistica e l’inorridito pilota non può far altro che incrociare le dita. Non ci vuole troppa fantasia a capire che cosa può combinare un sasso da un chilo scagliato a 50 all’ora che precipita da 150 metri. Grazie al cielo, non si è fatto male nessuno. Grazie al Cielo, di Karma se ne son venduti molto pochi, appena 2500, tutti quanti negli USA visto che la produzione andava a rilento, anche qui per fortuna. Perché qualcuno avrebbe potuto farsi male sul serio, come dimostra il video qui sotto.


La natura dei droni

Negli Stati Uniti con i consumatori non si scherza, tra leggi sulle class action e robuste associazioni a difesa del consumatore, gli USA hanno gli anticorpi per espellere immediatamente dal mercato i prodotti che potenzialmente possono diventare pericolosi. E quindi in pochi giorni GoPro è stata costretta a ritirarli tutti quanti, rimborsando gli acquirenti. Non sappiamo francamente se in altri Paesi del mondo la reazione sarebbe stata altrettanto drastica e tempestiva. La vicenda mostra in tutta la sua evidenza un fatto che non può più essere ignorato: i droni non sono gadget elettronici come i telefonini. Se GoPro avesse sbagliato a fare una telecamera, non sarebbe stato un gran problema. Giusto una questione di rimborsi agli utenti, qualche goliardata sui social e qualche macchia sull’immagine, tutta roba di poco conto: si sa, il mercato ha poca memoria e perdona le aziende che ama, anche quando magari barano sulle centraline delle loro auto, figuriamoci che sarà mai una telecamera ciucca.
Ma possiamo perdonare e dare una seconda chance a chi ha messo in commercio un drone potenzialmente pericoloso, anche se gli va riconosciuto il merito di aver agito tempestivamente per toglierlo dal mercato assumendosene giustamente ogni responsabilità?
La questione è spinosa. I droni non sono gadget e nemmeno aeromodelli. Chi, come me, da decenni pratica aeromodellismo, sa bene che gli aeromodelli commerciali spesso son tutt’altro che perfetti. Gli aeromodellisti si dividono in due categorie, quelli che son già precipitati per colpa del materiale che usano e quelli che ancora devono precipitare per colpa del materiale che usano. Ma gli aeromodellisti lo sanno, conoscono i loro polli, di solito volano nei campi volo con ampi spazi aperti dove se qualcosa va storto, alla peggio si fa una passeggiata tra il granoturco a recuperare  rottami. Seccante, certo, ma fa parte del gioco.

Ma i droni non sono aeromodelli. Chi li compra non sa nemmeno cos’è, un aeromodello. Specialmente i clienti GoPro, comprano una telecamera che vola e la usano come una telecamera che vola. Punto. E con le telecamere si riprendono le persone. I bigotti da tastiera so bene che leveranno gli scudi di fronte questa semplice realtà, strepitando inorriditi che “il regolamento ENAC vieta di usare i droni così”. Verissimo, ma la gente lo fa lo stesso. E bisogna tenerne conto. Le aziende devono tenerne conto.

Nè telefonino né aeromodello né aeromobile. Un drone è un drone.

Ma se un drone non è un gadget elettronico e nemmeno un aeromodello, che cos’è? La risposta è semplice. Direi lapalissiana. Un drone è un drone. Una nuova specie nel mercato consumer, che non si era mai vista prima d’ora. Un drone è più vicino a un aeromobile che a un telefonino. Certificare un aeromobile è una questione lunga, complessa e costosissima. Nessuno si sognerebbe mai di lanciare sul mercato un aeroplano ancora immaturo, giusto per non perdere la stagione natalizia e cercare di non farsi asfaltare da un concorrente che lancia un aereo simile ma dalle prestazioni molto superiori nello stesso periodo e con lo stesso prezzo. Non sarebbe nemmeno concepibile, una cosa simile.
E non deve più essere concepibile nemmeno nel mercato dei droni. Non chiediamo certo una certificazione aeronautica per i droni consumer, davvero sarebbe eccessivo. Ma chiediamo con forza ai produttori di cambiare mentalità. Di progettare non solo i mezzi, ma anche i test di volo con mentalità aeronautica. Di uscire sul mercato solo quando sono ben sicuri del loro prodotto. Di  darsi regole di certificazione interne simili a quelle di chi certifica gli aeroplani, sia pure in scala ridotta. In attesa che qualcuno faccia un bollino di qualità per i droni, che sarebbe una gran cosa, ce lo mettano loro, con regole interne ma rigorose.  Non lo chiediamo solo a GoPro, sarebbe davvero ingeneroso addossare tutte le colpe al protagonista suo malgrado di un episodio particolarmente sfortunato. Droni con “difetti di gioventù” sappiamo che ce ne sono stati in passato e ce ne sono oggi, la stessa DJI ha avuto i suoi seri problemi con i flyaway, i droni che se ne andavano per i fatti loro. Ma questo non deve più succedere. Per il bene di tutti, non solo dei produttori e dei loro clienti, ma di tutto coloro che volano e credono nelle potenzialità dei droni. “Fare droni è difficile“, diceva Anderson. Ora che la frittata è stata fatta, tutti lo abbiamo sotto gli occhi. Facciamo in modo che un brutto guaio diventi un’opportunità: Le aziende che vogliono entrare in questo settore lo devono sapere, e devono accettarlo. Ci vogliono molti soldi, molta preparazione, e soprattutto mentalità aeronautica. Queste sono le regole, chi si siede a questo tavolo o le accetta o è meglio che faccia altro, per lui e per noi. Già i droni sono guardati con sospetto e apprensione dall’opinione pubblica, dobbiamo essere irreprensibili tutti: piloti e produttori.

Quindi  GoPro merita una seconda possibilità? Io credo di sì. Credo che la lezione sia stata fin troppo dura. Possiamo essere certi che se mai GoPro deciderà di riprovarci, dopo una simile esperienza lo farà con ben altra consapevolezza. E saprà meritare anche nei droni la stessa fiducia e ammirazione che riserviamo alle sue telecamere.

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