I nuovi droni DJI: evoluzione senza rivoluzione per dominare un mercato confuso

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 DJI rinfresca i suoi droni di fascia media, il Phantom 4 (che aggiunge alla flotta il Phantom 4 Pro) e l’Inspire  (che diventa inspire 2). Nulla di rivoluzionario, per carità: semplicemente una evoluzione  di macchine ben progettate e molto diffuse. Che però dà delle indicazioni preziose su come sarà il mercato dei droni semiprofessionali negli anni a venire.

Cominciamo da un dato incontrovertibile: è sempre più monopolio DJI, e non si vede all’orizzonte nessun concorrente seriamente in grado di sfidare lo strapotere di Frank Wang. Yuneec da troppo tempo non da segni di vita. Dopo il lancio  (questo sì rivoluzionario) dell’esacottero Typhoon h, ha tirato i remi in barca e non se ne sente più parlare. Le novità della Casa di Jinxi riguardano più che altro i droni da selfie, un segmento intrigante ma decisamente di nicchia.



Parrot, lo sfidante europeo, invece va fin troppo avanti ma così facendo rischia di perdere dei pezzi per strada. Coraggiosa e affascinante la mossa di cercare di portare il concetto di ala fissa al mercato consumer. Il Parrot Disco è una macchina meravigliosa, e ci ha sbalordito nelle prove in volo, cosa che ci capita davvero di rado. Lo sviluppo del software di volo è stata una sfida ingegneristica difficilissima, che deve essere costata molta sperimentazione e molto lavoro agli ingegneri di Henri Seydoux, che non a caso è un uomo affascinato dalla tecnologia e dall’aerodinamica. Basti pensare che il suo hobby è collezionare i modellini in legno degli aeroplani sviluppati per i test nella galleria del vento, una passione che fa sì che i droni Parrot siano probabilmente gli unici al mondo essere provati in galleria.

Il ceo di Parrot, Henri Seydoux, con il Disco

Il ceo di Parrot, Henri Seydoux, con il Disco

Solo Seydoux poteva concepire un drone come il Disco. Ma l’amore per la tecnologia a volte fa dimenticare le cose pratiche, tipo per esempio rispondere alla domanda “a che serve il Disco?“. Su questo punto nemmeno Parrot pare avere le idee chiare. E così, senza una comunicazione efficace, senza case history che mostrino a tutti cosa si possa fare con il Disco e con un quadricottero no, senza nessun regista che spieghi al pubblico qual è la vera stoffa del tuttala francese, l’impressione è che la rivoluzione sia stata fatta a metà. E il Disco sia abbandonato a sé stesso negli scaffali dei grandi magazzini, senza che nessuno, né i commessi né i clienti, sappiano esattamente di che si tratti. Oltretutto, mentre i tecnici sviluppavano il Disco, Parrot ha accumulato un ritardo che comincia ad essere preoccupante rispetto alla concorrenza: proprio loro che hanno mostrato al mondo che si può fare un’ottima telecamera volante senza gimbal sono ancora fermi al FullHD, in un mondo che ormai viaggia a 4K anche sui telefonini. E se giusto qualche settimana fa Parrot ha colmato la lacuna della mancanza (molto grave) del Follow Me, resta il fatto che Disco e BeBop sono ormai gli unici droni a non avere un sistema per evitare gli ostacoli. E Parrot continua quindi a essere vista più che altro come un produttore di giocattoli, visto che ad andare davvero forte sono giusto i minidrones.  E a onor del vero vanno bene anche i droni professionali SenseFly, ma anche quello è un mercato di nicchia, ben diverso dai droni mainstream dominati da DJI.

In questo quadro non esaltante si inserisce lo sconcertante fallimento dell’industria americana, che con il naufragio di 3DRobotics prima e del GoPro Karma subito dopo dimostrano semplicemente che gli USA sono bravissimi a fare i droni con i missili, ma il mercato prosumer non è proprio per loro, e infatti stanno scappando a gambe levate lasciando campo libero a cinesi e francesi.

schermata-2016-11-16-alle-11-24-49DJI quindi ha la strada spianata per crescere ancora in un mercato piuttosto confuso. E per farlo non ha bisogno di grosse rivoluzioni, come dimostrano i nuovi modelli lanciati ieri. Basta rinfrescare un pochino, senza esagerare, quello che c’è già in casa. Il Phantom 4 Pro è sostanzialmente un normalissimo Phantom 4 con qualche ritocco al software di volo, molte soluzioni prese di peso dal Mavic Pro (una per tutte, il link di controllo che tira ben 7 km) e un l’evitamento degli ostacoli molto migliore, che ora protegge tutte le direzioni a 360° invece che guardare solo davanti. Il che è appena logico per un quadricottero, macchina che può volare indifferentemente avanti, indietro, a destra e a sinistra e quindi non può permettersi di volare con i paraocchi guardando solo avanti. Inoltre, DJI ha rivisto la camera di bordo, per rispondere alle ansie dei nostalgici della GoPro: facciamocene una ragione, GoPro non tornerà più a volare, questo ormai è ben chiaro. E in fondo non ne sentiremo la mancanza, visto quello che si può ottenere con le camere DJI. D’altronde chi era rimasto ancorato alla GoPro, come 3DR, è andato a fondo. Una ragione ci sarà.

env-s-2-3aa7c8bdd5080290adad73df43ea7baeUn po’ più approfondito il restyling dell’Inspire 2, ma è ovvio, visto che ormai era una macchina piuttosto vecchiotta, e aveva assolutamente bisogno di una bella rinfrescata. A cominciare dall’estetica, che ora è molto più curata, grazie anche allo scafo in lega di magnesio che si è rivelato indispensabile per risparmiare peso e mettere due batterie, più per la sicurezza che per l’autonomia (che comunque cresce da 18 a 27 minuti). L’Inspire 2 sembra rivoluzionario ma solo se confrontato con l’Inspire 1, che se non era proprio obsoleto ci mancava poco. Ora ha anche lui l’evitamento degli ostacoli, e ci mancherebbe altro che non ‘avesse. Ora ha elettronica in parte ridondante, che per una macchina professionale è il minimo sindacale. E soprattutto l’esperienza sul campo dei tantissimi fotografi che l’hanno usato per lavoro oltre a migliorare sensibilmente le camere di bordo zenmuse ha spinto DJI a mettere due telecamere, una per il pilota ottimizzata per guardare dove va e una libera di muoversi a disposizione dell’operatore video, che così la può muovere a piacimento senza disturbare chi guida. Era ora, in fondo le due telecamere sono piuttosto diffuse anche nei droni aeromodellistici, dove spesso per risparmiare si fanno riprese con una camera ad alta risoluzione senza ritorno video e per volare se ne usa una molto semplice che trasmette il video in tempo reale, si fa così da anni, ci fa piacere che lo faccia anche l’Inspire 2.

In conclusione, per continuare a dominare incontrastata nel segmento droni prosumer, DJI non si deve impegnare più di tanto. Basta giusto qualche doveroso aggiornamento tecnico ogni due anni, come abbiamo visto con l’Inspire 2, e un poco di evoluzione sulle macchine più moderne, come abbiamo visto  con il Phantom Pro. Se poi, eventualmente, qualche concorrente prova a rialzare la testa, allora sì che DJI si impegna a fondo e lo schiaccia con la potenza della sua indiscutibile esperienza, come abbiamo visto con il Mavic Pro: stesso concetto di base, i bracci ripieghevoli, del “vorrei ma non posso” concorrente Karma, ma prestazioni su un altro pianeta.  Se si risveglia la nostalgia di action cam blasonate, giù un bel ritocchino alle camere Zenmuse e la partita è chiusa. I concorrenti sembrano però aver rinunciato a correre dietro a DJI, e si coltivano i loro orticelli, lasciando indisturbato Wang. E questo non è per niente un bene. Abbiamo visto che la concorrenza fa bene a tutti, in primo luogo alla stessa DJI: se non si fosse spaventata per le mosse di GoPro, avremmo avuto il Mavic? O per lo meno, lo avremo in un futuro sperabilmente non troppo remoto, quando saranno superati i problemi di produzione? Speriamo almeno che il ritardo del Mavic dia un poco di ossigeno e di motivazione ai concorrenti, che si impegnino un poco di più a insidiare il monopolio DJI: magari non si riuscirà a batterla, ma almeno le si può mettere un po’ di pressione addosso. Per il bene di tutti.

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