Dronalisti: etica, droni e giornalisti

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dronegiornalistaUna volta solo i grandi network televisivi globali, come la Cnn o la Rai potevano permettersi riprese dall’alto di fatti di cronaca, naturalmente con un elicottero.
Oggi con un drone amatoriale anche gli street journalist e i blogger possono fare altrettanto, con investimenti paragonabili a quelli di una buona telecamera semiprofessionale. Uno scenario che allarga enormemente gli orizzonti per la libertà di stampa e il diritto di cronaca, ma solleva anche nuovi problemi etici che dovranno essere affrontati al più presto. Perché le regole migliori son quelle che nascono dal basso, se calano dall’alto di solito son dolori

Franco Abruzzo

Nel mondo si vanno moltiplicando esponenzialmente i servizi giornalistici, sia professionali sia amatoriali, fatti con i droni. Nelle mani del reporter, il drone diventa un treppiede volante che porta a telecamera dove fino a ieri poteva arrivare solo un elicottero; a costi proibitivi per i blog, per la stampa locale, per le piccole emittenti tv. Insomma, nasce una nuova figura di professionista dell’informazione che potremmo chiamare “Dronalista”.
Talvolta tutto fila liscio: chi ha realizzato le riprese volanti dei primi comizi di Beppe Grillo in piazza Duomo ha fatto le cose per bene, ha chiesto i dovuti permessi di sorvolo al comune di Milano, ha fatto attenzione alla sicurezza e tutto si è svolto senza problemi, ci rivela Carlo Cobianchi di Movo, il negozio milanese che ha realizzato il drone usato per le riprese. Altre volte la leggerezza del giornalista ha fatto guai, come è successo al reporter sudafricano che ha cercato di rubare in volo immagini di Mandela in ospedale ed è finito in questura, altre volte la polizia è andata per le spicce e ha abbattuto il drone a fucilate, come è successo a un quadricottero usato da un attivista per riprendere dall’alto gli scontri di piazza in Turchia. “In Italia non si sono ancora verificati casi eclatanti”, ci dice Franco Abruzzo, stimatissimo ex presidente – e attuale consigliere – dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. “Ma l’uso dei droni nel giornalismo porta problemi etici e morali di ampia portata, che dovranno essere approfonditi” continua.

Ma ci vede più problemi o più opportunità per la libertà di stampa?
“Io sono un entusiasta di Internet, figuriamoci se sono contrario ai droni. Io sono della classe 1939, sono un giornalista vecchio stampo. Ai miei tempi non c’erano nemmeno i telefonini cellulari, ma al Giorno – il glorioso Giorno di Enrico Mattei – avevamo un potente aiuto tecnico: le auto di servizio, dove c’erano i radiotelefoni collegati con la torre Eni di San Donato Milanese. Pertanto avevamo un vantaggio strategico enorme soprattutto di sera o di notte, quando dovevamo pubblicare un fatto di cronaca appena successo e non c’era un telefono a gettoni o una famiglia che ci lasciava usare quello di casa. I droni sono un mezzo potentissimo, ma a quanto leggo sono molto invasivi: registrano non solo immagini ma possono captare anche suoni, possono violare le proprietà private e i luoghi interdetti”.
E questo non è un vantaggio?
“Dipende… ricordiamoci che i giornalisti che hanno usato un teleobiettivo per riprendere Berlusconi nella sua villa in compagnia di una signora sono stati condannati. Occorre una regolamentazione, e  l’unico organo in Italia che possa esprimersi sulla questione è il garante della privacy. Occorre che ci sia un dibattito approfondito sull’uso di questi strumenti nella nostra professione”.

L’esperienza americana

Nei paesi in cui il giornalismo aereo è più sviluppato, il dibattito è partito da un pezzo. E il cuore della questione è se i droni pongono davvero nuovi problemi etici, o se bastano le consolidate regole di deontologia professionale che valgono, con diverse sfumature, più o meno in tutto il mondo. C’è chi dice che il drone non è altro che un’estensione della telecamera, e c’è chi dice che il drone è un oggetto del tutto nuovo, che deve essere regolamentato con regole nuove. Negli Usa l’organizzazione DroneJournalism, che raccoglie i giornalisti che usano droni, si è data un set di regole specifiche, che si aggiungono – senza sostituirle- a quelle che regolano la professione negli Stati Uniti.
“Il codice dei drone journalist può essere visto come una stratificazione di considerazioni etiche che stanno al di sopra del codice professionale dei giornalisti del 21esimo secolo” dicono i giornalisti volanti americani. “In più, queste considerazioni non esauriscono gli obblighi morali dei drone journalist: è solo una raccolta di linee guida, non certo onnicomprensiva. E il giornalista ha la piena responsabilità su come applicarle”. 

A un grande potere corrisponde una grande responsabilità

Il codice etico gerarchico dei dronalisti americani

Secondo il codice di DroneJournalism, chi usa droni è dunque tenuto a rispettare le stesse regole etiche di chi fa giornalismo tradizionale, con in più un set di responsabilità specifiche. Innanzitutto, sono tenuti a considerare il potenziale pericolo dei loro droni, che per peso, velocità, eliche e batterie al litio possono diventare micidiali in caso di incidente, specialmente se si riprendono concerti, manifestazioni, comizi. Quindi i piloti dei droni devono conoscere perfettamente la loro macchina, il suo inviluppo di volo, e non devono mai eccedere i limiti durante la missione. Quindi il codice etico è a piramide e gerarchico, dove ogni gradino prevale su quello più in basso:

  1. Notiziabilità: (Newsworthiness): l’oggetto dell’inchiesta condotta col drone deve essere di pubblico interesse al punto da giustificare l’utilizzo di un mezzo aereo potenzialmente pericoloso. Non devono essere usati droni se le stesse informazioni possono essere ottenute in maniera diversa e più sicura.
  2. Sicurezza (Safety): l’operatore del drone deve essere addestrato in maniera adeguata, e il drone non deve volare se le condizioni atmosferiche ne possono compromettere la sicurezza. Infine, deve volare sempre in modo da garantire la sicurezza del pubblico.
  3. Rispetto della legge e dello spazio aereo (Sanctity of Law & Public Spaces): chi fa volare il drone deve conoscere le norme che regolano la navigazione aerea e le eventuali restrizioni presenti nell’area delle operazioni. Una regola che ammette un’importante eccezione: non va applicata se al giornalista viene arbitrariamente impedito di esercitare il suo diritto/dovere di cronaca e raccogliere col drone informazioni critiche di interesse pubblico. 
  4. Privacy: Il drone deve operare in modo da non compromettere senza necessità la privacy di persone non pubbliche. Quindi nei limiti del possibile dovrebbe raccogliere solo immagini di attività di pubblico interesse e censurare le immagini di persone estranee all’inchiesta.
  5. Deontologia professionale (Traditional Ethics): Al di sopra di ogni considerazione, il giornalista col drone deve rispettare tutte le regole imposte dal codice di comportamento della sua professione.

Insomma, un set di regole di buon senso che potrebbero diventare la base per una discussione seria sul giornalismo aereo anche da noi. Perché se le regole non nascono dal basso, vengono imposte dall’alto. E di solito son dolori.

Sul numero di settembre/ottobre della rivista DroneZine pubblicheremo un ampio servizio su giornalisti e droni.

 

 

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