Il fatto che un drone dei Vigili del Fuoco abbia scoperto il corpo di Viviana Parisi già il giorno dopo la sua tragica morte, ma nessuno se ne è accorto per settimane, dimostra due cose: primo, l’assoluta, fondamentale, imprescindibile necessità dell’uso dei droni nelle missioni di soccorso. E secondo, che questo strumento va conosciuto meglio e occorre sviluppare procedure per usarlo sul campo, altrimenti da primaria tecnologia salvavita si riduce a un device di scarsa utilità
Al di là delle conclusioni a cui giungerà chi indaga, questa terribile vicenda mette in piena luce l’incredibile efficienza e l’efficacia dell’uso dei droni nella ricerca dei dispersi: già alle prime ore del mattino del 4 agosto, il giorno dopo la scomparsa, nelle immagini riprese da un drone dei Vigili del Fuoco era visibile ai piedi del traliccio il corpo di Viviana Parisi, verosimilmente nella identica posizione in cui solo quattro giorni dopo, l’8 agosto, veniva ritrovato dai soccorritori a piedi grazie ai cani delle unità cinofile.
Ciò significa che il drone non avrebbe certo potuto salvare la sua vita, ma certamente rendere meno penose le ore successive alla famiglia. Perché nessuno si è accorto di questo ritrovamento? Non intendiamo certo gettare la croce addosso ai soccorritori, che hanno fatto il loro dovere, pattugliando la zona con attenzione, tanto che – virtualmente – il corpo è stato trovato dal drone poche ore dopo la tragedia. Ma perché non è stato riconosciuto? Una risposta certa non l’abbiamo, ma pare evidente che in questa vicenda non sono state le tecnologie a giocare un ruolo preponderante, ma piuttosto l’esperienza, la conoscenza del territorio e le capacità investigative dei singoli: il corpo del piccolo Gioele non l’hanno trovato i droni, i cani molecolari, le camere iperspettrali, ma il falcetto di un ex carabiniere in pensione che conosceva i luoghi, le tecniche e la sapienza antica del SAR, e con la sua esperienza si era certamente fatto un’idea di cosa cercare, dove cercare e purtroppo anche di cosa avrebbe trovato.
In questa vicenda, pare che i soccorritori non abbiano considerato i droni come LO strumento principale, fondamentale e più affidabile per svolgere la missione. Ci pare che l’abbiano visto solo come un’arma in più, uno strumento complementare rispetto a quelli che ben conoscevano, ai cani, all’esplorazione a piedi. Verosimilmente, hanno messo le energie migliori, le risorse più valide, concentrato gli sforzi su quello che conoscevano bene.
E ha funzionato, certo. Ma molto più lentamente di quanto si sarebbe potuto fare se si fosse scommesso di più sul drone: più uomini, più tempo, più denaro nel faticoso, certosino, noioso lavoro di analisi in post produzione delle immagini riprese dalle camere volanti. Invece così ci sono volute ben tre settimane per scoprire che la soluzione era già lì, nella scheda sim di un drone.
Non possiamo biasimare i soccorritori: hanno fatto con competenza e scrupolo quello che sapevano fare meglio, e hanno comunque ritrovato il corpo. Ma resta la sensazione che sia mancata loro la fiducia nel drone e nelle sue possibilità. Ma d’altronde, i droni sono uno strumento relativamente nuovo in queste missioni, e ancora non è ben conosciuto. Oltretutto, non dimentichiamo che soffre di una sovralegislazione francamente eccessiva, che rende difficile anche le cose semplici come una missione a lungo raggio fuori dalla vista dell’operatore. Solo il tempo e l’esperienza sul campo potrà affinare le tecniche, disegnare le procedure operative, far maturare le soluzioni informatiche di image processing per rendere più automatico e meno titanico il lavoro di analisi dei flussi video.
In mancanza di ciò, non si può certo biasimare chi sul campo ha preferito andare sul sicuro con metodi antichi ma rodati, che hanno sempre dato frutti e tutto sommato li hanno dati anche in questo frangente. Ma questa esperienza insegna che bisogna evolversi, puntare molto di più sui droni, pretendere regole più semplici e applicabili all’uso dei SAPR nella protezione civile e soccorso, investire non solo in macchine volanti ma anche in stazioni di analisi delle immagini in tempo reale e differito, investire nella formazione del personale di volo e di terra. In altri termini, credere nei droni e considerarli uno degli strumenti principali, se non il principale, di ogni missione di ricerca di dispersi. Il drone a Caronia ha dimostrato di essere stato molto più efficiente di qualsiasi altro strumento di ricerca, e questo è innegabile. Avrebbe potuto fare di meglio se solo si fosse scommesso di più sulle sue capacità.
(nell’immagine di apertura, droni dei Vigili del Fuoco: nessuna relazione con le macchine usate a Caronia)




