Radiocomando e frequenze radio: cosa dice la legge

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Di Francesco paolo Ballirano

Le frequenze radio ed eventuali usi impropri.

L’utilizzo corretto ed efficace delle frequenze radio per il collegamento tra la stazione di pilotaggio e l’aeromobile è di primaria importanza per un uso ottimale del SAPR e pertanto merita di essere messo nella giusta luce, soprattutto sotto il profilo legale, dato che la materia, oltre ad essere complessa dal punto di vista tecnico, presenta pure un quadro normativo piuttosto articolato. Prescindendo dai requisiti tecnici e le migliori performance che si possono ottenere utilizzando diversi tipi di frequenza, cerchiamo di capire qual è il quadro normativo e le eventuali conseguenze dell’uso di frequenze non liberamente utilizzabili, tenendo conto, tra l’altro, che il Regolamento Enac Aeromobili a Pilotaggio remoto, Seconda Edizione, prevede, all’art. 31, che “Il data link deve utilizzare frequenze autorizzate e scelte opportunamente in modo da minimizzare la possibilità di interferenze involontarie e volontarie che possano compromettere la sicurezza delle operazioni”.

La materia è regolata da varie fonti normative, di diritto internazionale, quale quella dell’UIT (Unione internazionale telecomunicazioni) organismo che fa parte dell’ONU e dell’ETSI (European Telecomunication Standard Institute, che dall’1988 ha sostituito il CEPT, Conferenza Europea delle amministrazioni delle Poste e delle Telecomunicazioni) che regola la materia nella macro regione Europea, fonti normative dell’Unione Europea, attraverso interventi normativi di armonizzazione (Decisioni, Regolamenti, Direttive) ed infine, fonti normative interne.

Su quest’ultimo punto, è opportuno effettuare alcune precisazioni. La materia in Italia è regolata dal Codice delle Comunicazioni Elettroniche (D.lgs. n. 259/2003), che attribuisce, tra l’altro, ampi poteri di regolamentazione al Ministero dello Sviluppo Economico, che ha competenza nella classificazione e nella suddivisione delle frequenze in Italia attraverso la redazione e l’aggiornamento periodico del Piano Nazionale Ripartizione Frequenze, la cui ultima versione è datata al 27 maggio 2015.

In Italia il Piano Nazionale Ripartizione Frequenze disciplina l’uso delle frequenze radio, indicando per ciascun servizio, nell’ambito delle singole bande di frequenza, l’autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze, le principali utilizzazioni civili e la normativa internazionale ed europea di riferimento.

Divieto di modifica e obblighi del venditore del prodotto

Di particolare importanza è quanto disposto dal Dlgs. n. 259/03 che prevede che possono essere utilizzate soltanto apparecchiature regolarmente immesse sul mercato europeo ai sensi del D.Lgs.vo 269/01 (Marcatura CE, Dichiarazione di conformità alla Direttiva 99/05/CE, notifica di immissione sul mercato – a cura del fabbricante o responsabile – nei casi previsti), costruite secondo norme armonizzate o meno dall’Unione Europea, ma soprattutto esercite senza apporto di modifiche. La Decisione della Commissione Europea del 6 aprile 2000 ha introdotto l’obbligo per il fabbricante di avvertire l’utilizzatore (tramite il simbolo del punto esclamativo (!) – alert ) circa la presenza di restrizioni all’uso in taluni Stati membri della UE. Questa indicazione deve essere prevista, quando serve, sull’apparecchiatura e dovrà essere integrata con specifiche informazioni che il fabbricante, o il responsabile dell’immissione sul mercato, dovrà fornire all’utente. L’apporto di modifiche (da chiunque introdotte) genera apposite sanzioni pecuniarie, poiché fa decadere la conformità dell’apparecchiatura ai requisiti essenziali (unica eccezione i Radioamatori che possono modificare anche le apparecchiature acquistate e marcate CE limitatamente a quelle a loro destinate ed operanti nelle bande riservate all’attività radioamatoriale).

Sanzioni amministrative e ipotesi di reato

L’eventuale uso di una banda di frequenza riservata, implicherebbe sia l’abusivo utilizzo della stessa, con conseguenti sanzioni amministrative ed, eventualmente, nel caso di un’interferenza dannosa alla rete pubblica, specifiche ipotesi di reato. In relazione a tale ultimo aspetto, occorre tenere presente la definizione di “interferenza dannosa”, contemplata nel D.Lgs. n. 259/2003, ai sensi del quale è da definirsi tale quell’interferenza che “pregiudica il funzionamento di un servizio di radionavigazione o di altri servizi di sicurezza o che deteriora gravemente, ostacola o interrompe ripetutamente un servizio di radiocomunicazione che opera conformemente alle normative internazionali, dell’Unione europea o nazionali applicabili”.

Sanzioni amministrative

Come si diceva poc’anzi, a prescindere dall’interferenza dannosa, è prevista comunque l’irrogazione della sanzione amministrativa e la confisca delle apparecchiature nel caso si utilizzi una banda di frequenza senza autorizzazione. L’assenza di autorizzazione o il possesso di un’autorizzazione non adeguata comporta l’irrogazione di una sanzione pecuniaria che va dai 1.000,00 Euro ai 10.000,00 Euro e la sospensione dell’attività, ai sensi del D.Lgs.vo 259/03 art. 102 (attività private) ai sensi del quale “1. Chiunque installa od esercisce una rete di comunicazione elettronica ad uso privato, senza aver ottenuto il diritto d’uso della frequenza da utilizzare, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000,00 a 10.000,00 euro. 2. Chiunque installa od esercisce una rete di comunicazione elettronica ad uso privato, senza aver conseguito l’autorizzazione generale, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300,00 a 3.000,00 euro. 3. Il trasgressore è tenuto, in ogni caso, al pagamento di una somma pari ai contributi di cui all’articolo 116, commisurati al periodo di esercizio abusivo accertato e comunque per un periodo non inferiore all’anno. (..) 7. Indipendentemente dai provvedimenti assunti dall’autorità giudiziaria, e fermo restando quanto disposto dai commi 1 e 2, il Ministero, ove il trasgressore non provveda a disattivare l’impianto ritenuto abusivo, può procedere direttamente, a spese del possessore, a suggellare, rimuovere o sequestrare l’impianto stesso (..)”.

Ipotesi di reato

Nell’ambito della materia di cui si è trattato non sono generalmente presenti episodi che comportino denuncia alla Procura della Repubblica per il perseguimento di reati ad eccezione di quanto previsto dall’art. 97 del D.lgs n. 259/2003, ai sensi del quale: “1. Chiunque esplichi attività che rechi, in qualsiasi modo, danno ai servizi di comunicazione elettronica od alle opere ed agli oggetti ad essi inerenti è punito ai sensi dell’articolo 635, secondo comma, n. 3, del codice penale.[reato di danneggiamento, procedibile d’ufficio, che prevede la reclusione da tre mesi a tre anni] 2. Fermo restando quanto disposto dal comma 1, è vietato arrecare disturbi o causare interferenze ai servizi di comunicazione elettronica ed alle opere ad essi inerenti. Nei confronti dei trasgressori provvedono direttamente, in via amministrativa, gli ispettorati territoriali del Ministero. La violazione del divieto comporta l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 500,00 a 5.000,00 euro.”. Appare inoltre aderente alla fattispecie contemplata dall’art. 97 del D.lgs. 259/03, l’applicazione dell’art. 635 quinquies c.p. introdotto dalla L. 18 marzo 2008 n. 48, ai sensi del quale è punita con la reclusione da uno a quatto anni la condotta di chi distrugge, danneggia o rende in tutto in parte inservibili sistemi informatici o telematici di pubblica utilità, o ne ostacola gravemente il funzionamento mediante l’introduzione o la trasmissione di dati, informazioni o programmi.

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