I droni europei annusano i fumaioli delle navi

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Leendert Bal, capo delle operazioni di EMSA

Magari non ci facciamo caso, ma le navi sono dei grandi inquinatori.
Si stima che le emissioni di anidride carbonica delle navi siano soltanto tra il 4% ed il 5% del totale globale, ma l’Organizzazione marittima internazionale (IMO) ritiene che esse aumenteranno di ben il 72% entro il 2020 se non saranno presi provvedimenti contro tale problema. In Europa le navi, come le auto, hanno limiti ben precisi di emissioni nocive: dal prossimo gennaio le navi che incrociano le acque europee dovranno limitare la percentuale di solfati nelle emissioni, dal 3,5% di oggi allo 0,1%, pena multe salate.
Ma chi controllerà che le navi siano beneducate, specie quelle che incrociano le acque più trafficate del Continente, e in particolare il canale della Manica, il Mare del Nord, il Mar Baltico e il Golfo di Botnia, quella vasta insenatura marittima tra Svezia e Finlandia?
L’Agenzia Europea per la Sicurezza marittima (EMSA) e l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) pensano che parte di questo compito possa essere affidato ai droni. “Gli Stati Membri stanno studiando delle misure per applicare la legge sulle emissioni delle navi” ha detto Leendert Bal, capo delle operazioni di EMSA. “E gli armatori temono che se i controlli non saranno a tappeto, ci saranno casi di concorrenza sleale”. Specialmente, aggiungiamo noi, armatori come la scandinava Stena, che ha investito milioni di dollari nei catalizzatori per i fumaioli delle sue navi, e lamentano che i concorrenti dribblano i punto di controllo e bruciano carburanti inquinanti di bassa qualità e basso costo. “Così” continua Bal, “Dobbiamo fare quante più misure possibili, e i droni possono darci una grossa mano”. “Le navi che seguono le rotte commerciali vicino alle zone a bassa emissione non sfuggono ai controlli” dicono in Stena, anche perché è difficile evitare i

Passaggio di una nave sotto il Great Belt, dove c’è un rilevatore fisso di fumi

sensori installati per esempio sotto il ponte Great Belt, che collega le isole danesi di Funen e Zealand, passaggio obbligato per il porto di Rotterdam e una delle rotte più trafficate al mondo.
Dove non ci sono passaggi obbligati, il drone può fare un eccellente lavoro. Ma non sarà un drone da poco: le specifiche sono severe, si parla di un range di 20 chilometri, quattro ore di autonomia e la capacità di trasportare lo sniffer, il “naso digitale” che rileva le emissioni di CO2. E inoltre deve riuscire a identificare univocamente la nave che sta controllando. Per le misurazioni relative alla nuova normativa, il drone deve volare nel pennacchio di fumo della nave e misurare la percentuale di solfati. Il drone dovrà sia fare misurazioni di routine sulle navi in transito sia inseguire i vascelli che sono già stati pizzicati in passato per aver barato sulle emissioni: a questo proposito, le autorità marittime stanno creando la blacklist dei furbetti.
Naturalmente un drone che insegue una nave in alto mare non può essere pilotato a vista, e qui entra in gioco l’ESA, l’agenzia spaziale europea, che mette a disposizione i satelliti per guidarli sulle tracce dei pirati avvelenatori. I primi esperimenti sono in cantiere per luglio, con voli attorno alla zona portuale di Amburgo, e i test dovranno fugare anche le resistenze degli armatori, che sono preoccupati anche per la sicurezza: pensiamo al caso di un drone di grosse dimensioni che sbatte contro una nave da crociera o magari una petroliera.

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