Droni nell’agricoltura di precisione in Italia

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Un elicottero robot Yamaha Rmax, largamente usato in Giappone per i lavori nelle risaie

Intervista esclusiva a Paolo Marchesini
di DuPont Pioneer, una delle maggiori multinazionali agricole a livello mondiale

«Proprio pochi giorni fa parlavo con un collega brasiliano sull’uso che in Sudamerica fanno dei droni per vincere la sfida dell’agricoltura di precisione» ci racconta Paolo Marchesini, alto dirigente di DuPont Pioneer, una delle maggiori multinazionali agricole del mondo. «E ragionavo su quanto sarebbero utili da noi, forse più ancora che in Brasile. Perché là i campi hanno estensioni gigantesche, mentre da noi i campi sono piccoli, spezzettati, e spesso hanno una morfologia complicata. E ancora più bisogno di aiuto».

Paolo Marchesini

E i droni come possono aiutarci?
«Grazie ai droni, possiamo avere una visione del campo dall’alto, e sapere quali piantine soffrono per  parassiti, mancanza d’acqua o di fertilizzante. Possiamo arrivare a una precisione del metro quadrato, mappare il campo e passare le informazioni al software del trattore – i trattori moderni sono praticamente guidati dal computer- e intervenire solo dove serve. Un compito che oggi non è semplice; la visione a bordo campo non basta. E il drone fa quello che un elicottero non può fare. Non solo per questione di costi, basta vedere qual è la realtà dei nostri campi in Piemonte o Lombardia: incuneati tra case, paesi, tralicci dell’alta tensione. Dopo due o tre passaggi dell’elicottero, partirebbero le petizioni dei cittadini inferociti».

Quindi senza droni non c’è agricoltura di precisione?
«Non ho detto questo. Noi di Pioneer abbiamo delle te lecamere all’infrarosso montate sulle trebbiatrici che valutano la salute delle piante al momento in cui vengono tagliate. Ma queste informazioni serviranno per il prossimo raccolto, non si può fare più nulla per quelle ormai mature. Con le stesse camere montate sul drone si potrebbe intervenire prima del raccolto, dosando esattamente quello che serve per il campo, invece che concimare, passatemi l’espressione, “a occhio di porco”: se il coltivatore ritiene che in media il suo terreno abbia bisogno poniamo di cento dosi, ne usa 150 per andare sul sicuro. Sprecando denaro e inquinando».

Uno spreco evitabile che giustifica il costo del drone?
«Il drone non dovrebbe essere acquistato, ma noleggiato attraverso il consorzio agrario o gestito da terzisti che offrono il servizio. Mi pare difficile immaginare i coltivatori che diventano esperti di droni. E non è solo questione di risparmio, ma di qualità e sicurezza alimentare: se in un angolo del campo, all’insaputa del contadino, le piante sono stressate dalla mancanza di acqua, nutrimenti o farmaci, diventano preda dei parassiti. Come le piralidi, farfalle che attaccano il nostro mais aprendo la strada a infezioni da fungo molto pericolose per la salute umana. E l’infezione si propaga alle piante sane, causando danni enormi l’occhio volante del drone potrebbero contribuire a limitare».

 

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