La guerra di domani sarà sott’acqua, con droni sottomarini

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I droni militari, pilotati a migliaia di chilometri di distanza e pronti a colpire obiettivi nemici dall’alto del cielo. sono già una realtà, ma il confronto militare è pronto a spostarsi nell’acqua, o meglio al di sotto di essa. In un futuro in cui il dominio delle aree sottomarine potrebbe essere importante quanto quello delle terre emerse, dei cieli e – perché no? – dello spazio, i protagonisti della guerra saranno droni militari sottomarini, una tecnologia sulla quale i più ricchi paesi del mondo stanno già scommettendo e su cui gli Usa – guarda un po’ –  stanno già investendo moltissime risorse. Mentre la Russia e la Cina puntano ancora molto sullo sviluppo dei sottomarini tradizionali, infatti, gli Americani lavorano su tecnologie robotiche del tutto autonome e altamente specializzate.

Inizia l’era degli UUVs

Non più UAVs, (Unmanned Aerial Vehicles), bensì UUVs, ossia Unmanned Underwater Vehicles.

L’idea del Pentagono è quella di sviluppare non solo dei robot in grado di pattugliare i fondali in piena autonomia, ma addirittura quella di realizzare una rete di basi sottomarine – ufficialmente chiamata “Eisenhower highway network” – dove questi droni subacquei possano ricaricarsi. Il tutto è ancora lontano dal vedere la luce, ma bisogna tenere presente che i recenti progressi della tecnologia già permettono, allo stato attuale delle cose, di superare le significative difficoltà operative imposte dall’ambiente sottomarino. Infatti, non solo il sale dell’acqua di mare corrode il metallo, ma la sua pressione è in grado, a certe profondità, di schiacciare e fare esplodere ogni dispositivo, senza contare che sott’acqua la comunicazione è molto limitata e rende difficile il pilotaggio in remoto.

Eppure, nonostante queste difficoltà tecniche, la Marina Americana ha testato con successo nuovi sistemi progettati per mappare i fondali dell’oceano, scovare mine, scoprire sottomarini e persino lanciare attacchi. E se la tecnologia permette da un lato ai droni di restare in funzione per giorni o anche settimane, il progetto di realizzare delle basi sottomarine dove farli ricaricare estenderebbe la loro autonomia per mesi, se non per anni. Non solo, perché le basi potrebbero servire anche per immagazzinare e ri-trasmettere i dati raccolti dai droni subacquei, rendendo definitivamente superfluo l’impiego di una nave che li accompagni in superficie, con conseguente drastica riduzione dei costi operativi quotidiani.

Parlando di modelli, quest’anno Boeing ha presentato l’Echo Voyager (immagine in copertina), un sottomarino autonomo lungo oltre 15 metri che può stare in acqua per mesi senza bisogno del supporto di una nave. Il Bluefin-21 della General Dynamics, invece, è in grado di lanciare dei micro UUVs chiamati “SandSharks” (squali di sabbia) che pesano solo 15 libbre (poco meno di 7 kg) e sono in grado di scansionare le coste nemiche in cerca di mine o sottomarini, e di emergere in superficie per trasmettere i dati ad altri droni che volano sopra di loro.

È presto per dire cosa ne sarà di questi progetti a seguito dell’elezione di Trump, ma giudicare dalle numerose dichiarazioni interventiste del candidato repubblicano c’è da scommettere che il budget riservato allo sviluppo di tecnologie militari non verrà certo ridotto. Con ogni probabilità gli Usa continueranno a correre forte nella corsa ai droni militari sottomarini.

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