Droni e Remote ID: per i giudici americani non viola la Costituzione

Il Remote ID, in italiano ID Remoto, è una tecnologia di identificazione remota dei droni in base alla quale il drone trasmette informazioni sulla sua localizzazione e la sua identità a terze parti che possono riceverle. Per questo viene considerato una sorta di targa digitale dei droni.

Negli USA, la Federal Aviation Administration ha annunciato per la prima volta l’avvento del Remote ID nel 2020, mentre questa misura è entrata effettivamente in vigore solo nel 2021, quando è iniziato un periodo di transizione al termine del quale, nel settembre 2023, tutti i piloti obbligati alla registrazione del proprio drone dovranno adeguarsi all’ID remoto, al momento quindi con l’eccezione di chi vola con droni dal peso inferiore a 250 grammi e non per scopi professionali, oppure per chi vola in apposite aree chiamate FRIA, che sta per “FAA-recognized identification areas”, che in sostanza equivalgono ai nostri campi di volo per attività di aeromodellismo.

usa faa remote id

La FAA ha ritenuto fondamentale introdurre il Remote ID al fine di aiutare le autorità a rintracciare il pilota quando un drone vola dove non è autorizzato (o comunque in modo non sicuro), ma anche per favorire operazioni coi droni più complesse, anche e soprattutto in modalità BVLOS (ad esempio quelle di drone delivery). Maggiori informazioni sul contro del remote ID potete trovarle direttamente (in lingua inglese) su questa pagina del sito della FAA.

Questa misura normativa ha inevitabilmente dato vita negli Stati Uniti a numerose polemiche. Una di queste, forte di 83mila dollari raccolti da circa 2mila donatori all’interno della comunità di appassionati di droni, è sfociata addirittura nella citazione in giudizio della FAA. Secondo il firmatario Tyler Brennan, pilota di droni e titolare di un’attività di rivendita di componenti FPV RaceDayQuads, il requisito dell’ID remoto imposto dalla FAA equivaleva a una sorveglianza governativa costante e senza mandato, in violazione del Quarto Emendamento.

A distanza di oltre 6 mesi dalla richiesta di Brennan datata 15 dicembre 2021, ossia pochi giorni fa, la Corte d’Appello degli Stati Uniti ha però dato torto a Brennan, sentenziando che, dal momento che i droni sono praticamente sempre pilotati in pubblico, “Richiedere a un drone di mostrare la sua posizione e quella del suo operatore mentre il drone è in volo all’aperto non viola alcuna ragionevole aspettativa di privacy”. Più nel dettaglio la sentenza dei giudici spiega che “È difficile capire cosa possa esserci di privato nel far volare un drone all’aria aperta. Le attività che richiedono la tutela della privacy non sono tipicamente condotte in aria; a differenza di come usiamo le nostre case, le nostre auto, e i telefoni cellulari, le persone non vivono dentro o conservano oggetti o informazioni private all’interno dei loro droni.”

Sia per come vengono usati che per dove vengono usati, insomma, i droni non sono oggetti riconducibili a quelli per cui viene ragionevolmente garantita la tutela della privacy. Per questo motivo il requisito dell’ID remoto non può essere considerato un elemento in contraddizione col quarto emendamento della costituzione americana, che protegge le persone da perquisizioni e sequestri irragionevoli da parte del governo.

La sentenza può essere letta integralmente a questo link.

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