Il limite dei 250 grammi per i droni inoffensivi vene da calcoli risalenti al tempo della guerra atomica

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Perché per essere considerati inoffensivi i droni devono pesare meno di 250 grammi (300 in Italia)? Paradossalmente, il limite viene da vecchie simulazioni del 1968 risalenti al timore di una guerra nucleare. Calcoli datati e poco attendibili, tant’è che DJI propone di innalzare il limite a due chili e mezzo.

1968. Mentre nel mondo esplodeva il variopinto pacifismo psichedelico degli hippy e dei figli dei fiori, i generali si preparavano al peggio, al confronto termonucleare tra NATO e Patto di Varsavia. Una simulazione al computer della difesa americana si è messa a macinare dati per scoprire quale fosse l’energia di impatto potenzialmente letale di un oggetto che colpisse una persona, verosimilmente scagliato in aria da una bomba atomica. Dopo giorni di calcoli, il computer ha sparato la sua risposta sul bianco e grigio del modulo contino: 250 grammi. E questo valore è sopravvissuto ai decenni, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, a Reagan e alla Perestrojka di Gorbachev. E ci viene servito oggi come dogma per discriminare tra un drone “sicuro”, che in America non ha bisogno di registrazione alla FAA e in Italia si può usare per lavorare senza patentino, e un aeromobile grande come un Jumbo.

Lo rivela un interessante rapporto DJI, i cui ricercatori hanno dovuto fare una vera caccia al tesoro per scoprire da dove mai venisse questo limite che pare assolutamente arbitrario e poco aderente alla realtà. In un viaggio che sembra quello di Wells con la macchina del tempo, veniamo a scoprire che il limite americano è stato fissato durante una riunione della FAA, l’Enac americana, nel novembre 2015. Riunione, va detto, a cui partecipava la stessa DJI che ora ne critica le conclusioni.

Ma perché 250 grammi?
Screen_Shot_2017_02_22_at_12.55.26_PMNella riunione è stato citato uno studio del 2012 che riportava appunto il limite dei 250 grammi. Che a sua volta però derivava un rapporto del 2010, che ricavava il dato da un documento del 2007, che citava uno studio del 2000… E così via, per 50 salti all’indietro fino a scoprire la fonte di tutto quanto: il macinamento di schede perforate del cervello elettronico del 1968. In cui l’esercito americano voleva verificare l’efficacia delle trincee dove ripararsi in caso che i russi avesser deciso di lanciare un’atomica per davvero, un botto che oltre alle radiazioni avrebbe sparato nell’atmosfera tutto quello che c’era nel raggio di dieci chilometri. Come scrive DJI, “Lo scenario della guerra nucleare ha imposto ai ricercatori di valutare gli effetti degli impatti di vario tipo di detriti, dalle schegge di vetro ai grossi blocchi di cemento divelti dall’esplosione nucleare, nel range tra 10 grammi e 50 chili”. Uno scenario evidentemente ben diverso dal caso di un drone fuori controllo. Il risultato è una curva (nella foto) che indica il livello di letalità dei detriti in base al peso e all’energia cinetica.

Dati vecchi, scenario improbabile
Ma quanto attendibili possono essere i dati che il glorioso computer a schede perforate ha calcolato per proteggere i soldati da una bomba atomica, se usato per proteggere un passante da un drone? Per DJI non c’è Za8SnuYdubbio che l’equazione drone=bomba atomica non ha nessun senso: “I dati si riferiscono alle conoscenze di 50 anni fa, e sono ottimizzati per uno scenario di guerra nucleare, quindi senza possibilità di soccorso medico” scrivono i cinesi. “Per esempio” scrive ancora DJI, “nel rapporto si scrive che essere feriti da una scheggia di vetro porta a un rischio di mortalità del 10%, il che sembra poco realistico”. DJI propone quindi di rifare i conti, prendendo a modello non una bomba atomica ma da munizioni non letali: per esempio, dicono, nel 2004 il Dipartimento della Giustizia USA ha pubblicato un rapporto sulle morti causate dall’uso di munizioni non letali, i “Bean bag” che la polizia americana usa negli scenari di guerriglia urbana, e anche se (sulla carta) non  letali fanno un male cane e a volte uccidono comunque. Senza tener conto che una ricerca scientifica accurata dovrebbe tener conto anche dal materiale di cui è fatto il drone, dalla sua aerodinamica e quindi della sua resistenza che rallenta a caduta. Un drone non è un detrito causale scagliato da una bomba atomica, è un manufatto che può e deve essere prgettato per minimizzare il danno in caso di incidente. Con calcoli più moderni e modelli più aderenti alla realtà, DJI ritiene che il limite della massa a 250 grammi sia decisamente troppo conservativo e potrebbe essere innalzata di dieci volte, fino a 2,5 kg.

 

 

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