Bentornato X-37B, il drone USA di nuovo a casa dopo 718 giorni nello spazio

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Già preziosi sulla Terra, i droni si preparano a conquistare presto anche lo spazio, con l’obiettivo di ridurre gli altissimi rischi ai quali vanno incontro gli astronauti.

Il drone spaziale X-37B è atterrato con successo domenica scorsa al Kennedy Space Center, luogo di partenza anche dello Space Shuttle, dopo aver trascorso in orbita 718 giorni. La navetta militare, grande un quarto dello Space Shuttle, è in grado di volare senza equipaggio e soprattutto di atterrare autonomamente come fosse un comunissimo aereo. Altre caratteristiche che lo distinguono sono:

  • le piastrelle ceramiche, che lo proteggono dalle altissime temperature a cui è sottoposto durante la fase del rientro nell’atmosfera, che sono molto più resistenti dei pannelli in carbonio rinforzato usati dalle navette della NASA
  • i comandi di volo e i freni, che grazie a speciali attuatori elettromeccanici sono più leggeri ed affidabili dei sistemi idraulici
  • il panello solare estraibile, che ha permesso al drone di restare in orbita per quasi due anni, molto più tempo di quello consentito dalla quantità di combustibile (idrogeno e ossigeno) che trasportava, portandolo a stabilire un nuovo record di permanenza continuativa

drone spaziale americano x37bLa missione del drone, la quarta del programma Orbital Test Vehicle, è in parte coperta da segreto militare, per cui informazioni come il costo del programma OTV, gli obiettivi delle missioni e i dispositivi che sono trasportati nello spazio sono ignote.

Oltre a quanto detto prima, però, sappiamo che l’X-37B è stato lanciato il 20 maggio 2015 da un razzo Atlas V presso il Launch Complex 41, a Cape Canaveral, e che in base ai dati ufficiali Boeing, l’X-37B opera nella bassa orbita terrestre, tra i 177 e gli 800 chilometri sopra il pianeta. Non si conosce l’esatto carico utile a bordo del drone, ma si sa che l’X-37B portava con sé un sistema di propulsione elettrica sperimentale da testare in orbita e alcuni campioni di diversi materiali da esporre all’ambiente spaziale.

Il sistema di propulsione elettrica sperimentale è basato su atomi di gas, come ad esempio xenon o argon, che vengono prima ionizzati e poi sparati a gran velocità grazie ad un forte campo elettrico. Il risultato di quest tecnologia è una spinta nettamente inferiore rispetto ai tradizionali motori chimici, ma consente di utilizzare solo una piccola quantità di gas e permette quindi di realizzare motori compatti e poco pesanti, che garantiscono spinta per un tempo maggiore.

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