Sicilia: Droni “archeologi” e Lidar a Selinunte, tecnologia avanzata per svelare l’antica polis

Il Parco archeologico di Selinunte torna al centro dell’attenzione grazie a una nuova campagna di ricerche sul campo. Protagonista, ancora una volta, è la tecnologia. Nell’ambito del Selinous Archaeological Project, promosso dall’Università di Torino – Dipartimento di Studi Storici, sono in corso attività che uniscono archeologia e innovazione, con il supporto di droni dotati di tecnologia Lidar.

Come riporta la pagina Facebook del Parco Archeologico di Selinunte, le attività del progetto sono state precedute da una fase preliminare che ha incluso indagini geofisiche tramite georadar, ricognizioni in superficie e rilievi digitali dell’area territoriale.

Proprio qui entrano in gioco i droni equipaggiati con tecnologia Lidar, un sistema che utilizza impulsi laser per misurare distanze e creare modelli tridimensionali dettagliati del terreno.

Montato su un drone, il Lidar consente di rilevare dettagli impossibili da captare con la sola fotogrammetria. Non solo: è in grado di penetrare attraverso la vegetazione per mappare il terreno sottostante e fornire dati ad alta precisione anche in condizioni di scarsa illuminazione.

I vantaggi sono evidenti: precisione millimetrica, mappature più rapide rispetto ai metodi tradizionali, accesso ad aree difficili. Inoltre, i droni possono operare in zone remote o potenzialmente pericolose per l’uomo, garantendo versatilità nella realizzazione di modelli 3D realistici.

Le indagini sulla collina orientale e nell’area del Tempio E

Le ricerche si concentrano sulla collina orientale e in particolare nell’area del Tempio E, con l’obiettivo di individuare possibili strutture oggi sepolte sotto l’attuale piano di calpestio.

In questi giorni i ricercatori dell’Ingv stanno effettuando prospezioni con il magnetometro, uno strumento capace di rilevare variazioni del campo magnetico e di mappare tracce di muri, edifici e infrastrutture sepolte.

Un lavoro che potrebbe risultare determinante per orientare future attività di scavo e contribuire alla ricostruzione dell’organizzazione dell’antica polis. Per conoscere i risultati, però, sarà necessario attendere la conclusione della campagna di studio e ricerca.

Un’area che continua a sorprendere

Selinunte, negli ultimi anni, ha regalato scoperte significative. Lo scorso anno sono emersi resti inediti della cinta muraria e della porta monumentale che chiudevano la città da Nord, prima della distruzione cartaginese del 409 a.C.

Nel 2023 è stata ritrovata pressoché intatta una Sima, l’estremità superiore del tetto di un tempio finemente scolpita a forma di testa di leone. Un reperto imponente, alto quasi 62 centimetri e con un peso di oltre 250 chilogrammi, che aveva una doppia funzione: decorare e abbellire il tempio e raccogliere l’acqua piovana, convogliata attraverso beccucci anch’essi a forma di testa di leone.

Tra le scoperte più recenti anche una parte dell’antico porto selinuntino, individuata casualmente a pochissima distanza da quella che doveva essere la darsena collegata al mare. Si tratta di una struttura lunga 15 metri, con quattro filari di blocchi per un’altezza di circa 1,80 metri, rinvenuta a circa cento metri dalla riva attuale.

Il ritrovamento è avvenuto durante lavori di disboscamento e ripristino del Vallone del Gorgo Cottone, alla foce del fiume omonimo lungo la riva occidentale. Un’area che continua a dimostrare quanto il patrimonio archeologico possa ancora riservare scoperte clamorose.

L’uso combinato di droni, Lidar e strumenti geofisici conferma come la tecnologia stia diventando un alleato sempre più strategico per l’archeologia moderna, aprendo nuove prospettive di ricerca senza interventi invasivi sul terreno.

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