L’uragano Harvey diventa il banco di prova per ammorbidire le regole sui droni civili

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Nei giorni immediatamente seguenti al disastro la FAA, l’ENAC americana, ha rilasciato oltre permessi di volo per i soccorritori dotati di droni, anche in BVLOS. Visto come i robot volanti si stanno rivelando preziosi per i soccorsi, l’Authority americana rivede le strette regole sui droni commerciali. L’uragano diventa un banco di prova per una deregulation chiesta da più parti

Verificare lo stato e la percorribilità delle strade, delle linee elettriche, delle riserve di acqua potabile e delle raffinerie  di petrolio, diffusissime nel Texas: queste le prime vitali missioni dei droni che in queste ore stanno dando una mano ai soccorritori nella zona di Houston messa in ginocchio dall’uragano Harvey, uno dei peggiori degli ultimi decenni. Solo una manciata di droni erano operati dalle emittenti televisive, la stragrande maggioranza ha volato in coordinamento con vigili del fuoco e protezione civile. A terra tutti gli altri droni non autorizzati, per evitare di interferire con gli elicotteri e i mezzi aerei impegnati nei soccorsi la FAA ha immediatamente istituito una enorme no fly zone che copre tutta l’area del disastro.

L’utilità dei droni in risposta al disastro naturale ha riaperto il dibattito americano sull’uso dei droni civili, e da più parti si preme sulla FAA, l’ENAC americana, per sveltire e semplificare le procedure per poter volare nei cieli americani in modo legale, e non solo in presenza di catastrofi. Brian Wynne, presidente dell’Association for Unmanned Vehicle Systems International, la più rappresentativa tra le associazioni di utenti professionali di droni in America, sottolinea che “è nell’interesse di tutti che i droni possano volare a richiesta nel modo più veloce possibile”, parole che non hanno lasciato indifferente la FAA, anzi: dimostrando una flessibilità inusuale per l’Authority americana, ha rilasciato autorizazioni in bianco che permettono di far volare diversi droni insieme in uno spazio aereo predefinito, tanto che alla fine la stessa FAA ha perso il filo e non ha idea di quanti siano i droni autorizzati. E cosa ancora più importante, per la prima volta sono state autorizzate missioni fuori dalla vista del pilota (BVLOS) per il monitoraggio delle coste devastate dal passaggio del tornado, finora strettamente proibite dalla FAA.

Le associazioni di piloti remoti, forti dei risultati forniti dai droni nel soccorso, spingono perché le regole vengano ammorbidite per tutti i voli commerciali, non solo dopo i disastri naturali. “I nostri droni hanno assicurato comunicazioni continue ai soccorritori e alla popolazione colpita”, scrivono, “ma gli aerei senza pilota hanno anche un potenziale immenso per assistere e aiutare  trasportando viveri, acqua e medicine“. E anche per la ricostruzione: dozzine di droni hanno compiuto migliaia di missioni per valutare i danni, sia a scopo assicurativo sia per verificare l’agibilità degli edifici. La FAA una volta tanto pare d’accoro, e sta lavorando a una revisione delle regole per i droni civili, più semplice, che sarà in larga parte basto sul geofencing, gli “steccati elettronici” che impediscono ai droni di volare sulle zone interdette. Anche perché la Casa Bianca sta valutando di limitare i poteri della FAA per quanto riguarda i droni, delegando -almeno in certi casi- le autorizzazioni alle autorità locali e non all’Authority aeronautica. E vorrebbe anche creare delle linee guida per la sicurezza intrinseca dei droni, in accordo con i costruttori: un versante sul quale finora si è fatto ben poco, sia negli USA sia qui in Europa.

Fonte: The Wall Street Journal

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