Regolamento Enac: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

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Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: dalla mezzanotte del 29 aprile non abbiamo smesso di giocare, ma abbiamo cominciato a lavorare

Alla fine, com’era nell’aria, Enac ha preferito uscire con un regolamento acerbo e in larga parte inapplicabile pur di evitare il far west nel cielo dei droni.

Che un regolamento fosse indispensabile, giusto e sacrosanto nessuno lo mette in dubbio. Ma la fretta non è stata buona consigliera, e il regolamento è destinato a restare ancora a lungo lettera morta, a cominciare dalla sua pecca più macroscopica: chi potrà mai certificarsi per pilotare un drone se non esistono scuole che lo possano formare?

Già questo basterebbe a rendere carta straccia quel che invece è legge, ma le incongruenze non finiscono qui. Ce ne sono molte altre che ben difficilmente reggeranno alla prova dei fatti (e dei ricorsi legali): perché imporre la stessa visita medica dei piloti privati a chi pilota droni, tagliando di fatto fuori in maniera ingiusta (e probabilmente incostituzionale) chi per esempio non ha l’uso delle gambe, che per pilotare un aeroplano servono eccome, ma per pilotare un drone non servono assolutamente a nulla? Perché un drone come il Phantom, tranquillamente certificato in Francia e quindi nella UE, non dovrebbe automaticamente esserlo anche in Italia?

Se i problemi di gioventù sono evidenti, macroscopici e per certi versi tragicomici (basti pensare che ci sono assicurazioni professionali che impongono a chi la vuol sottoscrivere di allegare l’autorizzazione Enac, ma Enac per rilasciarla richiede l’assicurazione), dall’altra il regolamento Enac mette in chiaro un principio fondamentale: non ci si improvvisa pilota di droni.

Come non ci si improvvisa neurochirurgo, tassista, ragioniere e  addirittura nemmeno giornalista (!).

Chi vuole volare per divertimento è libero di farlo, il regolamento poco cambia le regole per hobbysti e aeromodellisti, chi col Phantom vuole fare i filmini casalinghi è libero quanto prima. Ma chi vuole fare lavoro aereo, chi vuole fare del drone una professione, ebbene sì, deve essere un professionista. E usare materiale professionale: dalla mezzanotte  del 29 aprile scorso per legge i droni professionali non sono più grossi giocattoli, sono piccoli elicotteri. E come elicotteri (o aeroplani, eliche o ala fissa non fa differenza) vanno costruiti, manutenuti, documentati, assicurati, pilotati e certificati.

Il cielo è di tutti, la privacy è di tutti: diritti e doveri vanno bilanciati, perché il diritto di uno non diventi il danno di molti. Per i piloti di droni professionali ci saranno regole tecniche, certo, ma anche deontologiche e morali che dovranno essere conosciute e applicate per rispettare la riservatezza, la proprietà e l’incolumità di chi sta a terra. I droni ci danno molto potere, dobbiamo usarlo con grande responsabilità. Il principio sancito dal regiolamento Enac è giusto e perfino saggio. Certo, bisognerà vedere come verrà messo in pratica, con quanta trasparenza, con quanta ragionevolezza e con quanta certezza del diritto si certificheranno uomini e mezzi, ma questa certificazione è la base indispensabile su cui fare nascere una intera filiera industriale: costruttori, certificatori, scuole di volo, assicuratori, manutentori, aziende di servizi a terra e in volo. Una filiera dinamica e articolata che attirerà investimenti, ricerca, capitali e creerà ricchezza e posti di lavoro.

Dal 30 aprile non solo non abbiamo smesso di giocare, ma abbiamo anche cominciato a lavorare. Con tutta la responsabilità e la serietà che ciò comporta. Ora con l’aiuto di tutti gli attori della filera dobbiamo vigilare perché il regolamento venga migliorato, reso meno macchinoso, meno burocratico, più trasparente e più semplice da applicare. E DronEzine farà la sua parte, a fianco della filiera italiana dei droni.

D’altronde che il regolamento cambi non c’è dubbio, le regole che contiene necessariamente dovranno essere dinamiche per adattarsi a una realtà che muta a una velocità impressionante. Quello che oggi è proibito, domani sarà la norma, quando droni più perfezionati e sicuri di quelli di oggi voleranno tra una città e l’altra, tra una nazione e l’altra in completa autonomia decidendo da soli rotte e missioni. Un futuro che comincia oggi, grazie anche a un regolamento che, pur zoppicante, contraddittorio e imperfetto, ammette però un principio fondamentale: in Italia, prima ancora che negli Stati Uniti, con i droni si può lavorare alla luce del sole. E non è davvero poco.

 

 

 

 

 

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