Come ti faccio politica coi droni, tra allarmismi e strumentalizzazioni

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Non abbiamo dovuto attendere molto affinché i droni venissero strumentalizzati dai politici. Sebbene rispetto alla popolazione mondiale gli utilizzatori di droni rappresentino una percentuale tranquillamente approssimabile allo zero, infatti, è bastata qualche manciata di incidenti (in tutto il mondo e negli ultimi 3 anni) assieme ad alcuni casi di uso illegale (ad esempio il trasporto di droga oltre il confine americano) e alle minacce terroristiche (anche se finora i droni con gli esplosivi sono stati usati solo in contesti che sono già interessati dalla guerra), per convincere giornali e siti di notizie in tutto il pianeta che i droni meritassero a pieno titolo di diventare i protagonisti di tante allarmanti prime pagine.

Perché in fondo sì, i droni aiuteranno anche a salvare vite (come in caso di catastrofi naturali o quando trasportano sangue e medicinali nelle aree più isolate dell’Africa) e sapranno svolgere lavori lunghi e complicati nella metà del tempo (e a rischio zero per l’uomo), ma se un ragazzino esce di casa portandosi dietro di nascosto il suo giocattolino, lo fa volare in città e poi cade in piazza vicino ai tavoli affollati di un bar all’aperto, il piatto del capro espiatorio è servito.

Facile puntare il dito contro questi droni, che 9 persone su 10 a malapena sanno come funzionano. E se i media hanno capito subito che anche solo l’idea che il drone di uno scellerato possa abbattere un aereo potesse fare presa sui lettori, in poco tempo anche i politici hanno fiutato la pista della strumentalizzazione. Certo, nella realtà dei fatti i droni non sono così diffusi e tanto meno così pericolosi come vengono dipinti, ma chi è a corto di argomenti è costretto a mettere nel suo calderone di discorsi pubblici tutto quello che gli capita a tiro.

An MQ-1 Predator unmanned aerial vehicle, like the one shown here, support coalition ground forces with firepower, overwatch and reconnaissance. (U.S. Air Force photo/Staff Sgt. Suzanne M. Jenkins)

E se da un lato un piano serio e concreto per rendere più chiara la normativa sui droni dovrebbe in realtà essere tra i punti principali del programma di ogni forza politica di un paese avanzato, visto che ormai siamo proiettati nel 2018, le loro eliche finiscono invece sulla bocca dei politici solo per paventare nuovi e più disastrosi scenari apocalittici di fronte alle folle o in tv. Come se da un momento all’altro un diluvio di droni, meglio se farciti di esplosivo, fosse pronto a colpirci dal cielo a mo’ di punizione divina.

Così, mentre al tempo delle ultime elezioni USA fra Trump e la Clinton i droni erano un argomento affrontato solo parzialmente nei programmi, in Australia tiene oggi banco la questione dei fucili anti droni sui quali Tim Nicholls, leader del partito liberale nazionale in Queensland, ha puntato gran parte delle sue più recenti dichiarazioni. Secondo Nicholls, tra le priorità della nazione, c’è quella di dotare di fucili anti droni le forze dell’ordine, perché l’uso dei droni per attività criminali in Australia sarebbe in aumento.

E se nei molto più spaventati e impulsivi Usa i droni stiano conquistando un ruolo sempre più presente tra le attrezzature delle forze dell’ordine, si tratta di una naturale (e graduale) evoluzione tecnologica degli strumenti a loro disposizione, sostenuta dall’evidente maggiore efficienza che questi offrono nelle operazioni. Con il numero di droni in volo nei cieli destinato ad aumentare, investire in sistemi antidroni è un passo inevitabile, ma da questo all’allarmante corsa ai ripari che molti continuano a gridare, ce ne passa. I droni potranno anche essere (in minima parte) un pericolo che viene dal cielo, ma noi proviamo a restare coi piedi per terra.

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