A Natale facciamo i discoli. Giochiamo con il drone fino a romperlo, assaporiamo la libertà

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Di Sergio Barlocchetti

Finalmente sono arrivati gli aeromobili giocattolo, tema sul quale rompevo le scatole almeno con un post su dieci. Che poi potrebbero essere alianti, aeroplani, razzi e non per forza droni, ma uso questo argomento per ribadire un concetto di libertà e buon senso. Giocare con i droni si deve, a tutte le età, e il fatto che sia posto un limite inferiore al genetliaco significa proprio che l’intento del regolatore è quello di permettere l’uso dei piccoli giochi volanti, anche dei droni, da parte di chi desidera usarli fino ad annoiarsi o romperli.

Quale differenza ci sia tra i droni e un pallone da calcio, i pattini a rotelle, la bicicletta e un’infinità di altri congegni potenzialmente letali mi sfugge, eppure c’è chi grida allo scandalo della modifica, dell’elaborazione latente che li trasformerebbe in armi. Fatto che però porterebbe immediatamente il soggetto che l’attuasse a diventare un aeromodellista sperimentatore, se non auto costruttore, certamente smanettone, e quindi a dover seguire un regolamento differente. Addirittura leggo persone che ne vorrebbero vietarne la vendita senza patentino, e mi chiedo se poi non siano gli stessi che offrirebbero una tisana al Tallio alla zia spilorcia. Perché quello si può comprare.

Mi viene però in mente che fino agli anni Novanta molti di noi elaboravano i motorini (quando non le moto e le auto), per farli correre più veloci, e se qualcuno finiva per vedersi sequestrare il mezzo, altri utilizzavano l’esperienza per diventare ottimi meccanici e ingegneri. Potrei continuare con molti altri esempi, dal calcio giocato per la strada e in oratorio che evidentemente produceva più campioni di quanti ne producano oggi le società tesserate, fino al grande vivaio di piloti d’aeroplano creato dalla legge 106 del 1985, quella che ha regolamentato gli ultraleggeri prima maniera.

Perché diciamo la verità, fare aeromodellismo oggi è una rottura di scatole tra attestato, club, iscrizione, frequentazione di un campo volo (da minorenni, chi ti porta se non un genitore?), assicurazione eccetera. Eppure l’uomo si aggrappa alla parola “sicurezza” ogni qual volta può sfruttarla a proprio vantaggio per farci soldi oppure per “impedire inutili stragi”, riuscendo a presentare disegni di legge al limite del ridicolo. Ma in pratica finendo per limitare la libertà di altri uomini. Come nel 1999, quando un prefetto voleva imporre a tutti gli aeroclub di smontare le eliche degli aeroplani la notte per impedirne l’uso improprio, oppure come stamattina, quando – fortunatamente – in Parlamento non è passata la legge dell’allarme obbligatorio sui seggiolini per il trasporto di bambini in automobile. A quando quella per stabilire da quale parte arrotolare gli spaghetti?

MI chiedo se sia tanto difficile applicare il concetto che la propria libertà finisce dove inizia quella altrui, ed entrambe devono convivere.

L’idea che pervade il settore è ancora quella di eliminare ogni forma di libero arbitrio, di incertezza e di rischio. Praticamente portare tutti a condurre la vita dei pesci nell’acquario salvando in primis i propri privilegi e ciò che è costato soldi, indipendentemente che serva ancora oppure no. Ecco: ogni volta che decollo non devo sapere che tutto filerà liscio, ma devo fare tutto ciò che posso perché nulla di imprevisto accada.

Ecco perché non vedo l’ora di vedere i ragazzini giocare con i droni al parco, nei cortili e ovunque riescano a farlo: perché loro saranno quelli che tra vent’anni faranno leggi migliori di chi, oggi, vorrebbe legiferare e magari in vita sua non ha mai rotto una vetrata con un rigore, non ha mai perso un aeromodello sulla ferrovia e neppure si è scottato con un razzetto. E men che meno ha seminato un vigile urbano grazie a un carburatore 19-19 e a una marmitta Proma. Ma da stasera, nel parco davanti a casa, farò volare il mio X310 con tanto di luci contro il logorio della vita moderna, inseguirò i cani e farò lo slalom tra i lampioni.

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