Droni cargo, ultima speranza per l’Africa

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Fonte: WIRED

Jonathan Ledgard, giornalista e direttore di Afrotech, ha un sogno: dopo aver raccontato ai lettori dell’Economist come i telefonini cellulari jhanno cambiato la vita degli africani, risolvendo la cronica mancanza di infrastrutture e quindi di telefonia fissa, adesso vorrebbe risolvere le carenze di strade con luso di droni cargo che portino medicinali e generi di prima necessità anche nei villaggi più sperduti. Una iniziativa che dovrebbe prendere viota a breve, entro il 2016. “E’ difficile immaginare una società più sbrindellata” scrive in un’intervista a Wired. “Nel 2009 in Somalia ho visto ragazzine mandate a piedi a prendere l’acqua per il loro villaggio fatte a pezzi dai coccodrilli, mentre nei dintorni la guerriglia di Shabab decapitava i suoi nemici e l’acqua malsana uccideva i bambini denutriti. Oggi sono in Kenia, e mi rendo conto di quanto possa essere importante un drone per questa gente”. Il sogno di Afrotech, iniziativa pro-africa dell Politecnico di Losanna, è creare una rotta commerciale per droni lunga 80 km, in modo da portare quello che fa la differenza tra la vita e la morte: “Inizialmente il payload sarà basso, anche solo sacche di plasma per salvare la vita di qualche bambino colpito dalla malaria” dice Ledgard. “Ma è solo il primo passo, come la ferrovia Liverpool-Manchester (la prima ferrovia del mondo, ndr). Un dimostratore tecnologico che ci permetterà di raccogliere i fondi per rotte molto più importanti, di centinaia di chilometri, e payload attorno ai 20 kg. Quando penso ai droni cargo, rivivo lo sviluppo tella telefonia in Africa e l’incredibile successo del Nokia 1100: ne hanno venduti più di 50 milioni, rozzo ed economico, qui lo chiamano il Kalasnikov delle telecomunicazioni, una macchina che ha fatto moltissimo per combattere la povertà e l’isolamento”.

L’asino che vola
“Per presentare la nostra proposta ho passato una serata di luna piena in una mayatta, una tipica capanna masai, a discutere con un capo della tribù Samburo nel nord del Kenia” racconta Ledgard. “Mi è stato abbastanza semplice dopotutto fargli capire il concetto di aereo robot che possa trasportare qualsiasi cosa senza bisogno di strade: è una creatura meccanica, non è una bestia, non è un cammello. Lui ha masticato bene il concetto, poi il volto si è illuminato e mi ha detto: ‘Capito! Vuoi mettere il mio asino nel cielo!’. Lui ha molti asini, che i Samburo caricano all’inverosimile di acqua e legna da ardere e con loro passano fiumi, montagne e savane. Aveva capito esattamente il concetto. Quello che voglio creare sono asini che volano”. L’asino, continua Ledgard, è un ottimo esempio per un drone: saldo sulle zampe, affidabile, intelligente, capace di cavarsela con il sole, la sabbia e il caldo, economico, instancabile. Ho deciso quindi che questi droni si sarebbero chiamati Donkey Cargo (donkey in inglese significa asino). “L’asino non c’entra nulla con Pegaso, il cavallo alato simbolo di veocità. Non porta bombe, non spia nessuno. Porta le cose che servono da qui a lì, punto. Più che una ferrovia, la nostra prima rotta sarà una umile mulattiera”.

8.africamapNon c’è semplicemente abbastanza denaro in Africa per costruire strade. Guardando il mappamondo, è difficile capire quanto grande sia davvero l’Africa. Le immagini qui a sinistra possono darcene un’idea. Ma non esiste nessuna strada che la attraversi da est a ovest. E le strade che ci sono, residui del periodo coloniale, sono talmente deteriorate che un viaggio di un’ora nel Congo al tempo dell’indipendenza, nel 1960, oggi richiede un giorno intero. “Certo, i nostri droni cargo faranno gola a avventurieri e pirati che li abbatteranno per rubare il carico” dice Ledgard. “ma non saranno mai avidi come le autorità e i gruppi armati che taglieggiano con tasse e posti di blocco i trasporti via terra”. Senza contare lo stato delle strade: non ci sono fondi per la manutenzione ordinaria, figurarsi per le gallerie e i viadotti. “FGli economisti hanno stimato che ogni dollaro investito nelle strade africane rende 4 dollari all’economia del continente. Quanto renderà un dolalro investito nelle rotte dei droni cargo?” si chiede Ledgard.

Il tempo stringe, l’Africa non può più aspettare. Continuando con l’attuale tasso di fertilità delle donne africane, il continente avrà 2,7 miliardi di abitanti nel 2050, esattamente dieci volte di più di quanti ne avesse nel 1958. “Per avere una chance, l’Africa deve necessariamente passare da paese agricolo a potenza industriale. Ma questo non sta succedendo” continua Ledgard. “In economie chiave come Nigeria, Kenya e Senegal l’industria è fatta da aziende piccolissime e informali, mentre le economie più deboli si stanno addirittura deindustrializzando”. E in mancanza di infrastrutture, la sola speranza è l’asino volante.

Sì, ma quale drone?
1-bciGdg-bGS5iJx7YLW80DAPer i suoi asini volanti, Ledgard sta pensando a droni simili a quelli che Google ha testato nel deserto australiano per portare generi di prima necessità alle fattorie isolate. “Droni che possano decollare verticalmente e poi volare come aeroplani per risparmiare energia” spiega. Ma il politecnico di Losanna ne sta sperimentando di ogni tipo: dirigibili, ala fissa, elicotteri e anche enormi multicotteri. Molto importante sarà anche il prezzo, che Ledgard si auspica che sia paragonabile a quello di una motocicletta africana decente, intorno ai 4 mila dollari. Essendo impossibile pensare di addestrare piloti, i droni dovranno essere totalmente automatici e in grado di atterrare autonomamente anche in caso di avaria.  In Africa, terra dai grandi spazi e immensi formicai umani, il timore che un drone cada sulla testa di qualcuno non è molto sentito, specialmente considerando la spaventosa carneficina che ogni giorno si consuma sulle sue disastrate strade. ma ciò non toglie cie i droni dovranno avere sistemi di sicurezza, come paracadute e airbag per limitare i danni a chi sta a terra. per tranquillizzare persone che sono abituate al fatto che quel che vola di solito uccide, dovranno avere aspetto tranquillizzante, ben riconoscibile ed essere silenziosi. Nella prima fase delle sperimentazioni dovranno volare in formazione per trasportare in modo efficiende vaccini, plasma e medicinali. I primi non saranno troppo grandi per ragioni economiche, ma dovranno dimostrare che gli asini volanti sono economici e affidabili. “Dobbiamo anche considerare i rischi assicurativi, legali e normativi” dice Ledgard. “ma l’incognita più grande sarà come reagirà lòa gente quando se li vedrà volare sulla testa”.

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