Striscia e i droni “sbloccati”: 5 cose da sapere (e da condividere)

L’altro ieri in prima serata e nel corso della popolare trasmissione Striscia La Notizia è andato in onda un servizio incentrato su merci di contrabbando in carcere, droni e limitazioni in volo che vengono illegalmente aggirate da alcune persone che, a pagamento, sbloccano le NFZ (ossia le No Fly Zone, le zone all’interno delle quali i droni non dovrebbero volare).

Cosa dice il servizio di Striscia

Nel servizio di Striscia andato in onda durante la puntata dello scorso 23 marzo l’inviato Luca Abete, partendo da un filmato iniziale relativo ai tanti prodotti (soprattutto cellulari) che illegalmente entrano nelle carceri finendo a disposizione dei detenuti, punta l’attenzione sui droni. Sebbene i droni abbiano dei sistemi software per impedirne il volo sopra o in prossimità di alcune aree sensibili, ci informa l’inviato di Striscia, esistono delle persone che, dietro pagamento, effettuano delle modifiche sui firmware di alcuni droni, in modo da “sbloccare” i velivoli e farli volare più in alto, più lontano e soprattutto anche laddove non dovrebbero.

I limiti dell’informazione di massa

È inevitabile che, stritolato dalla necessità di offrire contenuti fruibili a un vasto pubblico e al tempo stesso di concentrare tutte le informazioni in un tempo di circa 5 minuti, il servizio di Striscia La Notizia non riesca a scendere più di tanto nei dettagli di ciò che concerne i droni, limitandosi ad un resoconto che dal punto di vista tecnico e normativo risulta piuttosto parziale e superficiale. Del resto il servizio si concentra sul classico “avventuriero borderline”, in questo caso è un uomo che sblocca i droni per 80 euro, e non ha lo scopo di informare su tutto ciò che ruota intorno alla faccenda.

Purtroppo, però, questo approccio sbrigativo produce un’informazione incompleta verso tutti quei (numerosi) spettatori completamente a digiuno di droni, che così rischiano di farsi delle idee sbagliate sulle dinamiche complete che influiscono sul loro uso.
Ecco perché noi come Dronezine, in qualità di punto di riferimento dell’informazione di settore, abbiamo sentito il dovere di fornire, a tutti i curiosi e gli interessati, gli approfondimenti necessari a colmare le lacune dell’informazione generalista, raccogliendo una lista di punti che la puntata di “Striscia” sui droni sbloccati non chiarisce del tutto.

Le NFZ da “sbloccare” sono solo su alcuni droni

Guardando il servizio di Striscia, quando l’inviato dice “Forse non tutti sanno che i droni hanno delle limitazioni, sono dotati di un gps e il software ne impedisce il volo su aree sensibili come aeroporti, luoghi militari e soprattutto carceri” sembra di capire che le tali caratteristiche riguardino tutti i droni, senza alcuna distinzione.

Cominciando dal GPS, ovvero del modulo GNSS che riceve i segnali delle costellazioni satellitari di GPS, Glonass. Beidou o Galileo ad esempio. Sebbene sia ormai presente su moltissimi droni consumer di fascia anche medio-bassa, non possiamo affermare che sia presente su tutti i droni (ad esempio in molti casi è assente sui droni da FPV puro).
Ancora più parziale è poi l’informazione sulle No Fly Zone del software che regola il volo del drone. In questo caso si tratta di una misura di geofencing presente di gamma solo sui droni di marca DJI.
Sicuramente si tratta di droni molto popolari ed utilizzati da molti piloti, ma al momento esistono molti altri droni, di altre marche, che non hanno queste limitazioni geografiche native e che quindi possono essere usati liberamente senza dover essere “sbloccati”.

Le NFZ DJI non sono riferimenti normativi ufficiali

Scendiamo più nel dettaglio di queste No Fly Zone. Le mappe precaricate da DJI sui suoi droni, quelle che in alcuni casi non li fanno nemmeno decollare, non corrispondono ai riferimenti normativi ufficiali delle aree dove si può o non si può volare. Le zone da rispettare in base al regolamento vigente le troviamo invece sulle mappe ufficiali presenti sul sito d-flight.it, e per sicurezza vanno approfondite tramite la cartografia AIP che si può scaricare gratuitamente sul portale ENAV.
Tra l’altro le mappe di d-flight sono proprio quelle che si vedono nel servizio di Striscia, quando mostra le zone rosse sopra la casa circondariale di Poggio Reale, Secondigliano, Avellino, Santa Maria Capua Vetere, etc.

Insomma, se non si può volare sopra un certo luogo col drone non lo dice certo l’azienda che produce il velivolo (peraltro attraverso controlli software che possono essere aggirati), ma lo dicono le fonti ufficiali, che vanno verificate prima di ogni volo e sotto la responsabilità del pilota.

La questione FCC

In tutto il mondo esistono Enti regolamentatori che suddividono l’utilizzo delle frequenze radio con spaziature, destinazioni e potenze ben definite.
In Europa è obbligatorio il rispetto della normativa  “CE”.
In sostanza si tratta di una suddivisione del piano delle frequenze con alcune limitazioni della potenza in uscita e che  in sostanza permette una minore distanza percorribile  tra il  drone e il suo radiocomando rispetto a quelle accettate negli USA, nel rispetto della normativa  “FCC” (per via del nome dell’ente regolatore che è la Federal Communications Commission).
Siccome in pratica la totalità dei droni consumer in commercio è prodotta per più mercati, ogni apparecchio può essere impostato per attenersi ai parametri europei o americani.
Ovviamente, modificare i parametri di frequenza portandoli a quelli consentiti negli USA e utilizzarli in Europa è illegale, tanto più che i droni vanno pilotati a vista, rendendo di fatto inutile aumentare la potenza del segnale per spingersi più lontano.

Limiti di altezza

Il sedicente esperto di “sbloccaggio dei droni” fa anche menzione dell’altezza massima, che tecnicamente non viene sbloccata ma viene aumentata grazie anche alla maggiore portata della frequenza radio. Sappiamo bene che in generale l’altezza massima raggiungibile dal drone è specificata tra le sue caratteristiche tecniche (trovate qui l’articolo guida sull’altezza massima dei droni), ma il fatto che un drone sia tecnicamente in grado di allontanarsi, in orizzontale o in verticale, ad una certa distanza, non significa che il pilota sia autorizzato a raggiungerla.

Infatti, a seconda delle zone (e qui torniamo alle mappe d-flight, di cui sopra) si può volare in Open Category fino a un massimo di 120 metri, 60 metri, 45 metri, 25 metri, oppure 0 metri di altezza (quest’ultimo caso consiste ovviamente nelle zone rosse, dove è vietato volare).

Il contrabbando in carcere non è esclusiva dei droni

Nel servizio, l’inviato di Striscia dice “Da più parti sostengono che uno dei modi utilizzati per introdurre cellulari in carcere sia recapitarli utilizzando dei droni”, quindi a nostro parere non ha senso l’alzata di scudi per “difendere i droni” che si osserva su alcuni canali Youtube.

Non fa male però ribadirlo: i droni non sono né gli unici né i principali sistemi per trasportare prodotti di contrabbando all’interno delle prigioni. Sicuramente sono i mezzi di trasporto più innovativi, affascinanti e recenti tra quelli che vengono adottati, e proprio per questo hanno grande risalto sulla stampa, ma rappresentano solo una parte del problema e non il problema in sé. Tra l’altro, spostare tutta l’attenzione sui droni non fa altro che deviarla dalle altre e ben più gravi criticità che affliggono il sistema carcerario nel nostro Paese.

Link al video di Striscia La Notizia su Mediaset Play: https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/striscialanotizia/lo-sblocca-droni_F311275401152C07

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