Ghiacciaio della Marmolada: Droni e Georadar studiano la stabilità dopo la tragedia del 2022

A tre anni dalla tragedia del 3 luglio 2022, la Marmolada torna al centro della ricerca scientifica, questa volta con un obiettivo preciso: capire se esistono nuove condizioni di instabilità nel ghiacciaio di Punta Penia. Per farlo, i ricercatori stanno utilizzando georadar e droni, le stesse tecnologie che hanno già permesso di ricostruire le cause del crollo che costò la vita a 11 persone.

La nuova campagna di indagini è stata condotta dal Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico, che coinvolge l’Università di Parma, l’Università di Padova e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. Le attività sul campo, ben illustrate in questo servizio sul sito di Rainews, si sono concluse nei giorni scorsi, aprendo ora la fase più delicata: l’analisi dei dati raccolti.

Un ghiacciaio sotto osservazione

Come spiega il comunicato ufficiale sul sito dell’Università di Parma, l’attenzione si concentra sul settore di Punta Penia, una porzione residua del ghiacciaio della Marmolada. Le osservazioni in superficie — come forma, quota e dimensioni — hanno evidenziato caratteristiche che richiedono un’analisi approfondita.

L’obiettivo non è lanciare un allarme, ma comprendere se esistano condizioni che possano portare a instabilità. Solo i dati geofisici potranno fornire una risposta chiara, attraverso la costruzione di modelli numerici della massa glaciale e la valutazione di possibili scenari di rischio, anche in relazione alle future ondate di calore.

Droni e georadar: come “vedere” dentro il ghiaccio

Come si vede nel video postato sul canale Youtube di TeleNordEst, il cuore della ricerca è l’utilizzo di un sistema georadar multibanda, montato sia su drone sia utilizzato direttamente da terra. Questa combinazione permette di ottenere una visione completa del ghiacciaio.

 

Le rilevazioni da drone garantiscono una copertura ampia e sistematica dell’area, mentre quelle da terra consentono di raggiungere profondità maggiori con una risoluzione più elevata.

Grazie all’uso di antenne a diverse frequenze, i ricercatori possono ricostruire una vera e propria immagine tridimensionale della struttura interna del ghiacciaio: dallo spessore del ghiaccio alla geometria del substrato roccioso, fino alla presenza di eventuali sacche d’acqua.

Proprio quest’ultimo elemento è cruciale. La presenza di acqua in pressione all’interno o alla base del ghiacciaio rappresenta uno dei principali indicatori di possibile instabilità.

Tre rischi emergenti in alta quota

La ricerca sulla Marmolada si inserisce in un contesto più ampio: quello dei cambiamenti rapidi che stanno interessando l’ambiente alpino.

Secondo gli studiosi, sono tre le categorie di rischio in crescita:

  • i crolli e le valanghe glaciali, sempre più frequenti a causa del ritiro e dell’assottigliamento dei ghiacciai;
  • le inondazioni provocate dalla rottura improvvisa di laghi glaciali, formati dall’acqua trattenuta da morene instabili o dighe di ghiaccio;
  • le frane e i crolli rocciosi legati alla degradazione del permafrost, il terreno perennemente gelato che tiene insieme le pareti montane.

Questi fenomeni non agiscono in modo isolato, ma si influenzano a vicenda, amplificando i rischi complessivi per chi vive e frequenta la montagna.

Le basi scientifiche: cosa hanno rivelato gli studi precedenti

Nei tre anni successivi al crollo del 2022, il gruppo di lavoro ha pubblicato due studi scientifici che hanno ricostruito le cause dell’evento:

  • il primo, del 2023, ha individuato nei meccanismi di sollevamento idraulico e nella sovrapressione alla base del ghiacciaio i fattori scatenanti
  • il secondo, pubblicato nel settembre 2025, ha dimostrato che il collasso è stato causato dalla combinazione di tre elementi: pressione idrostatica nei crepacci, sollevamento idraulico e riduzione della resistenza basale.

Queste conoscenze rappresentano oggi la base metodologica per analizzare i settori glaciali ancora presenti.

Verso l’Adamello: un monitoraggio su scala alpina

La campagna sulla Marmolada è solo il primo passo, perché lo stesso approccio sarà poi esteso anche al ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane, con una superficie residua di circa 17 chilometri quadrati.

L’obiettivo è sviluppare un sistema di monitoraggio comparabile tra diversi ghiacciai, in grado di fornire strumenti concreti alle autorità per la gestione del rischio in alta montagna.

La combinazione tra droni, georadar e modellazione numerica punta a colmare il divario tra la velocità con cui la montagna cambia e la capacità di prevedere questi cambiamenti.

I prossimi passi

I dati raccolti durante la campagna saranno ora elaborati e integrati con quelli delle indagini precedenti. I risultati permetteranno di definire una valutazione complessiva del rischio glaciologico sulla Marmolada.

Le conclusioni saranno pubblicate in studi scientifici e condivise con le autorità competenti per supportare le strategie di gestione e sicurezza in ambiente alpino.

Come sottolineano i ricercatori, non si tratta di anticipare conclusioni, ma di costruire una conoscenza solida basata sui dati. Solo così sarà possibile affrontare in modo efficace le nuove sfide poste dal cambiamento climatico in alta quota.

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