Di Sergio Barlocchetti
Mi metto nei panni di un ragazzetto delle scuole medie appassionato di aviazione che voglia cominciare con l’aeromodellismo e che, terminata la preparazione del suo aeroplano, elicottero o drone che sia, si trovi a dover capire come e dove poter fare i primi voli. Non prendetemi per matto, intendo una persona molto giovane che desidera essere parte di una galassia, quella delle attività aerospaziali, ma che ancora non sa quale pianeta farà al caso suo, ovvero se da adulto diverrà pilota, ingegnere, astronauta, controllore di volo o chissà.
Quanto alla sfortuna di aver vissuto i divieti da pandemia, l’attività ludica in sé non sarebbe neppure da proibire, dal momento che probabilmente costui si troverebbe in una zona isolata insieme con un genitore senza alcuna possibilità di assembramento. Ma anche quando dovessero terminare i divieti, l’impresa si annuncia molto ardua e c’è il grande rischio che regole, leggi, divieti e obblighi lo scoraggino. A perderci, come da sempre predico, non sarebbe soltanto lui, ma tutto il comparto italiano, dai negozi alle aziende che un domani gli avrebbero potuto dare un lavoro.
Le regole sono fatte per gli uomini, non per loro stesse e tantomeno per impedire l’attività che dovrebbero limitarsi a regolare. Invece, come spesso accade, ciò che si ottiene alla fine di riunioni, litigi, discussioni e palleggi dei testi, è sovente qualcosa che salva gli interessi della corporazione di turno e non quelli delle nuove generazioni.
Soltanto chi nella vita non pilota altro che scrivanie può pensare che la prima volontà di un giovane sia quella di iscriversi per un anno intero a un club, ed anche che il genitore possa trascorrere qualche settimana a studiare centinaia di pagine di regolamenti e alla fine registri il suo nome sul portale D-Flight per qualcosa che non sa se durerà da Natale a Capodanno. La follia dell’aver accettato che droni e aeromodelli fossero di fatto equiparati, almeno sotto alcuni punti di vista, è un prezzo troppo alto da pagare perché di fatto scoraggia qualsiasi nuova leva che non conosca già qualcuno introdotto nell’ambiente.
Nulla di male se si avvicinasse a un club o federazione di aeromodellisti, sia chiaro, ma il punto è che non può, anzi non deve, essere obbligatorio farlo. Qualsiasi sodalizio rappresenterà innanzi tutto le istanze dei suoi soci e difenderà i suoi interessi prima di quelli dell’intera categoria. A loro interessano gli iscritti e le loro quote, non certo la libertà di praticare l’attività in questione in modo autonomo. Non a caso all’inizio dell’estate scorsa e recentemente si sono svolti incontri tra Enac e queste realtà, proprio con lo scopo di attenuare gli effetti di un regolamento europeo insensato e studiare come applicarlo in modo diciamo “democristiano” entro i patri confini. Recentemente, però, anche qualcosa d’altro si è mosso. Easa, per esempio, ha accolto le rimostranze di alcuni appassionati di volo con droni Fpv emettendo una nota di spiegazione molto favorevole. Pur rimarcando che normalmente le gare di droni sono organizzate da club e associazioni che devono provvedere a diffondere le indicazioni e le autorizzazioni operative discusse e decise con le loro autorità aeronautiche nazionali (rispettando l’articolo 16 della CE 2019/947), l’Agenzia specifica che comunque condurre una gara che non sia organizzata all’interno di un club o associazione, se senza spettatori presenti, rientrerà nella categoria Open e nella sotto categoria A3.
Apriti cielo, significa che siamo ancora liberi di giocare senza avere tra i piedi l’Aero Club d’Italia, e che possiamo anche fare gare tra noi senza alcuna valenza agonistica riconosciuta in ambito FAI (a non tutti interessa). E proprio riguardo la più antica istituzione aeronautica italiana, appunto AeCI, durante tutto il mese di novembre sono stati svolti presso la Camera e il Senato una serie di incontri che hanno lo scopo di approfondire le tematiche relative alle attività aerosportive nell’ottica di mettere mano alle leggi per ottenerne il riassetto complessivo di leggi e regolamenti. Sul piatto della bilancia c’è tutta la regolamentazione degli ultraleggeri, l’applicazione dell’Opt-out di Enac nei confronti della categoria con peso massimo al decollo di 600kg, e le stesse prerogative e attività di AeCI, che da anni non riesce più a fare quanto dovrebbe per statuto: divulgare la cultura aeronautica in Italia aiutando proprio quel ragazzino a giocare con il suo modello. E quindi a trovare la sua strada. Per chi avesse di AeCI l’immagine di carrozzone statale inefficiente, bisogna ricordare alcune cose importanti. Oltre a essere davvero l’istituzione aeronautica italiana più antica, esso è sottoposto al controllo di cinque ministeri e della Corte dei Conti, e tutti questi enti pretendono dati, documenti e procedure senza dare in cambio alcun emolumento. Il bilancio dell’ente è legato a quello del Coni e ai servizi che AeCI fornisce al comparto del volo da Diporto Sportivo amministrandolo come può, cioè senza nemmeno un reparto tecnico. Ecco perché, se abbiamo a cuore il ragazzino e chi come lui si avvicina alle attività dell’aria, è tempo di scrivere a senatori e deputati chiedendo innanzi tutto più libertà di accesso ai nostri passatempi. Senza dimenticare che sono garantiti per costituzione.