di Sergio Barlocchetti
Sergio Barlocchetti, columnist di DronEzine, lancia una sfida: vediamo se è vero che i sistemi antidrone funzionano, e quanto sono efficienti? Sergio non è nuovo a questi duelli, negli anni’80 con la rivista Volare aveva sfidato l’Aeronautica Militare con un jet privato Cessna Citation…
Non avrebbe dovuto essere la tragedia accaduta sulla Marmolada a dimostrare – ce ne fosse ancora bisogno – che determinati lavori è meglio se li facciamo fare ai droni, come non dovevano essere i concerti dei Maneskin e il Jova Beach Party a dimostrare che le persone vorrebbero poter utilizzare i loro dronetti (intesi come droni che pesano poco più di un paio d’etti), anche nelle occasioni nelle quali la bacchetta per farsi i selfie è molto limitata.
Stupisce comunque la comunicazione data all’indomani di entrambi gli eventi citati, che ci siano state una decina di intercettazioni, anche perché, oltre a sembrarci un numero davvero alto, è praticamente impossibile dimostrare che non sia vero.
Anche perché, volendo ballare, divertirsi, magari abbracciare il nostro partner, io a un concerto non porterei mai un drone, sarebbe un terzo incomodo che mi impedirebbe di godere appieno dello spettacolo.
Ve la butto lì: mi piacerebbe fare una prova di intercettazione? Prendiamo uno di questi radar italo israeliani sofisticatissimi, un’area nella quale non facciamo danno a chicchessia e proviamo, in un determinato arco temporale, ad aggredire un finto bersaglio, a svolicchiare ai limiti del target, e perché no anche a tentare una finta sortita.
Sia chiaro, non perché chi scrive non creda all’efficacia di tali ordigni, al contrario, per poter finalmente rendere chiare le prestazioni oltre ai proclami a senso unico. Ricorderete, infatti, che qualche anno fa all’aeroporto londinese di Heathrow furono avvistati – o fu pensato di scorgere – qualche drone volare addirittura all’interno del sedime aeroportuale, ma nonostante l’imponente dispiegamento di forze militari, di quello sciagurato e del suo drone non è mai stata determinata l’identità, come non esistono immagini né prove concrete che i droni avessero volato in quel luogo e in quel momento.
Perché lanciare una “sfida” di questo tipo? è presto detto: per conquistare credibilità non verso i clienti di quei costosi sistemi, bensì all’interno del settore, che dovrebbe essere unito e vedere tutta la filiera remare per un unico scopo, aprire un mercato ancora molto in ritardo. Siamo, del resto, nell’epoca dell’infodemia, e non c’è motivo per nascondere le reali potenzialità della tecnologia. Due squadre: una di intercettori, l’altra di incursori. E vince il migliore.
Tranquilli, lo facemmo alla fine degli anni Ottanta alla rivista Volare quando, avvisata mamma Aeronautica, con un Cessna Citation entrammo nello spazio aereo italiano per misurare il tempo in cui una coppia di “104” ci avrebbe intercettati, e quindi scrivere un reportage unico. Dopo che tutti i piloti coinvolti avevano fatto una bella bevuta al circolo ufficiali dell’aeroporto presso il quale ci avevano accompagnati.
Stavolta offro il brindisi.