Conseguenze del ban USA ai droni cinesi, il caso della Florida

Lo scorso 5 aprile in Florida è entrato a tutti gli effetti in vigore il ban relativo all’uso dei droni di fabbricazione cinese (ma in generale anche quelli provenienti da Iran, Corea del Nord, Venezuela e altre nazioni “a rischio”), prodotti verso i quali continua ad allargarsi l’ormai annosa crociata americana sospinta dai sospetti di spionaggio da parte di Pechino.

Gli USA del resto sono convinti di avere in casa la tecnologia per permettere ad agenzie governative, entità statali e aziende di svolgere le stesse attività, tant’è che lo stesso Department of Management Services ha fornito una lista di 5 produttori che non sono sulla lista nera, ossia:

  • Skydio
  • Parrot
  • Altavian
  • Teal Drones
  • Vantage Robotics

Insomma, secondo il governo americano gli ingredienti per la ricetta di nuovo uso dei droni nel Paese ci sono tutti, ma purtroppo emergono da più parti testimonianze secondo le quali, nella pratica di tutti i giorni, questa certezza è in parte da smontare e in parte risulta comunque non sufficiente. L’hardware da rimpiazzare è infatti tantissimo e i relativi costi sono altissimi.

Anche prendendo in esame il solo recente caso della sola Florida, infatti, sono molte le lamentele di aziende che denunciano di essere state costrette a tenere a terra droni per i quali avevano fatto importanti investimenti. Secondo quanto riporta il sito di news local10.com, ad esempio, l’Ufficio dello Sceriffo di Broward ha dovuto tenere a terra 63 droni, acquistati con una spesa di 300 mila dollari, mentre sono 200 mila i dollari spesi per acquistare i 41 droni che i vigili del fuoco e la polizia di Miami-Dade non possono più usare per il servizio.

Ed ecco che le difficoltà delle agenzie governative si ripercuotono direttamente sui servizi offerti, dal momento che i droni negli ultimi anni hanno conquistato definitivamente il loro posto al sole all’interno della dotazione di molte di esse. Un altro caso eclatante si legge su Forbes e arriva da un’esperta di disinfestazioni di zanzare, che non potendo più usare i droni cinesi in suo possesso per svolgere le normali attività di monitoraggio, è stata costretta a ricorrere all’uso di un elicottero che controlli dall’alto le zone in cui operare, altrimenti l’alternativa sarebbe tornare ad inviare personale sul posto come una volta, in un luogo come Collier County (vicino Miami) che è decisamente pericoloso in quanto in quell’area abbondano coccodrilli e serpenti, anche velenosi.

E a dirla tutta non sono pochi gli esperti che non vedono così di buon grado i droni “alternativi”. L’opinione abbastanza diffusa è infatti che questa tecnologia costi di più e faccia di meno rispetto a quella cinese, che non a caso negli anni precedenti al ban è stata largamente adottata per far fronte alla crescente domanda sul lato interno.

È inevitabile che, di fronte a qualunque momento di transizione, si vengano a creare dei necessari assestamenti, con effetti indesiderati che possano colpire più in particolare alcuni ambiti invece che altri, ma quello che sembra emergere in modo sempre più chiaro, nel caso delle conseguenze del ban americano nei confronti dei droni cinesi, è che, oltre a questi effetti collaterali, la decisione drastica che è stata presa non abbia tenuto bene conto del costo da sostenere per tutte le entità coinvolte, ma in generale anche dell’arretratezza tecnologica e la competitività delle alternative disponibili.

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