Negli Stati Uniti, il vento contro i giganti cinesi dei droni non smette di soffiare. Solo ora infatti è stata resa pubblica un’indagine formale avviata a inizio mese dal Dipartimento del Commercio, che mira a capire se i droni importati, in particolare quelli prodotti da DJI e Autel, rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale americana.
Siamo quindi di fronte all’ennesimo nuovo capitolo di una storia che va avanti da anni, e questa volta il pretesto ufficiale è una procedura prevista dalla famigerata “Section 232”, uno strumento normativo che consente al governo USA di valutare se una determinata importazione stia danneggiando o minacciando l’industria nazionale. Insomma, Washington dichiara di voler scoprire se affidarsi quasi completamente a tecnologie straniere, spesso sovvenzionate dallo Stato cinese, sia davvero una buona idea per la sicurezza dei propri cittadini e – soprattutto – per il comparto produttivo interno.
DJI, che detiene oltre il 70 % del mercato statunitense dei droni, e Autel, ampiamente utilizzata da enti pubblici e infrastrutture critiche, sono le principali aziende indagate. Le accuse non sono nuove: prezzi troppo bassi, sussidi statali cinesi e possibili legami con Pechino che potrebbero compromettere la sicurezza dei dati.
Già a dicembre 2024, il Congresso USA aveva approvato una legge che permette di bloccare i nuovi modelli provenienti da queste aziende. Ora questa indagine potrebbe rappresentare il primo passo concreto verso un’azione più decisa: da dazi doganali (ne abbiamo parlato qui) a restrizioni vere e proprie, fino a possibili divieti d’importazione.
Nel frattempo, è stato aperto un periodo di 21 giorni per raccogliere opinioni e commenti dal pubblico, una fase che potrebbe influenzare il destino non solo di DJI e Autel sul mercato americano, ma più o meno indirettamente anche l’intero ecosistema industriale legato ai droni negli Stati Uniti.




