Indice
- Dazi fino al 100% sui droni importati negli Stati Uniti
- Non conta soltanto dove viene assemblato il drone
- La Cina al centro della sfida tecnologica e commerciale
- La sicurezza dei dati diventa anche una questione commerciale
- Il messaggio alle aziende: producete negli Stati Uniti
- Proteggere il mercato per far crescere un’industria americana dei droni
- Il mercato dei droni al centro del confronto geopolitico
Dopo una più o meno lunga pausa, durante la quale ha tenuto banco in assoluto la guerra in Iran, negli Stati Uniti è andata in onda una nuova puntata della ormai nota serie televisiva sulle misure commerciali contro i droni stranieri. Il 13 agosto 2026 infatti il presidente Donald Trump ha firmato una proclamazione che introduce dazi sulle importazioni di UAS e componenti, con aliquote che in alcuni casi arrivano fino al 100%.
Formalmente, come pure nelle numerose puntate precedenti (vedi qui), alla base del provvedimento c’è una questione di sicurezza nazionale, ma chi segue questa vecchia produzione da un po’ sa bene che limitarsi a leggere questi nuovi dazi esclusivamente attraverso questa lente significherebbe perdere una parte importante del quadro politico e commerciale.
Sebbene queste misure riguardano infatti prodotti provenienti da una serie di Paesi, con trattamenti differenti a seconda dell’origine e della filiera tecnologica, è ormai sotto gli occhi di tutti che l’indirizzo a cui vengono inviati questi messaggi è principalmente (se non esclusivamente) quello della Cina, considerata dall’amministrazione americana il principale avversario commerciale, che grazie al mix unico di forte capacità produttiva e prezzi bassi è in grado di limitare indirettamente lo sviluppo dell’industria interna americana.
In questo contesto, sicurezza dei dati, indipendenza delle catene di approvvigionamento e protezione della produzione nazionale finiscono per diventare parti dello stesso problema. Approfittiamo allora della nuova puntata anche per fare “lo spiegone” di quanto sta succedendo.
Dazi fino al 100% sui droni importati negli Stati Uniti
La proclamazione introduce un dazio del 100% su:
- droni con peso massimo al decollo superiore a 25 chilogrammi
- UAS che integrano sistemi di imaging termico
- docking station
- determinati componenti critici.
Per i droni con peso massimo al decollo pari o inferiore a 25 chilogrammi l’aliquota prevista scende invece al 25%, mentre un altro dazio del 25% riguarderà determinati componenti, ma entrerà in vigore dopo 180 giorni, concedendo quindi più tempo all’industria americana per aumentare la propria capacità produttiva.
Per gran parte dei prodotti interessati, le nuove tariffe scatteranno il 3 settembre 2026, mentre per i componenti sottoposti al periodo transitorio la data indicata è il 9 febbraio 2027.
Quindi dei dazi basati sulle caratteristiche tecniche dei singoli prodotti, ma non tutti i Paesi fornitori saranno trattati allo stesso modo. Condizioni favorevoli sono riservate a prodotti contenenti componenti critiche e tecnologie che provengono dagli Stati Uniti o dai Paesi ammessi al trattamento preferenziale.
Per i prodotti che ad esempio provengono dall’Unione Europea, dal Giappone, dalla Corea del Sud, da Taiwan, dalla Svizzera e dal Liechtenstein, l’aliquota complessiva non potrà superare il 15%, mentre per il Regno Unito il limite sarà del 10%.
Non conta soltanto dove viene assemblato il drone
La Casa Bianca, però, non guarda solo al Paese dal quale arriva il prodotto finito. Guarda anche dentro il drone, con lo sguardo di chi sa che in questi tempi di escalation del rischio geopolitico l’indipendenza tecnologica è un requisito che nessuna nazione che voglia definirsi grande può permettersi.
E qui entrano in gioco motori, regolatori elettronici di velocità, batterie agli ioni di litio, docking station e altre tecnologie della filiera droni. La stessa amministrazione riconosce infatti che persino molti droni commerciali prodotti negli Stati Uniti dipendono fortemente da componenti realizzati all’estero.
Secondo Washington, questa situazione crea una vulnerabilità strategica. In caso di crisi geopolitiche, disastri naturali o interruzioni del commercio internazionale, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi senza una disponibilità sufficiente di componenti considerati essenziali. Se una parte rilevante della tecnologia necessaria per costruire un drone continua ad arrivare dall’estero, produrre o assemblare l’UAS negli Stati Uniti non basta necessariamente a rendere autonoma l’industria americana.
Da qui nasce la strategia che da anni punta non solo a comprare meno prodotti stranieri, ma a ricostruire negli USA una parte più consistente dell’intera filiera.
La Cina al centro della sfida tecnologica e commerciale
La stessa Casa Bianca, nel fact sheet che accompagna la proclamazione, parla della necessità di diversificare le supply chain globali e ridurre la dipendenza dalle “adversarial nations”, cioè dalle nazioni considerate avversarie. Rendere più costoso l’accesso al mercato americano per determinate filiere straniere significa infatti creare uno spazio maggiore per la crescita dei produttori nazionali e per quelli provenienti dai Paesi ai quali Washington riconosce condizioni commerciali più favorevoli.
Sebbene nei documenti ufficiali si parli generalmente di “Paesi avversari”, è chiaro a tutti che nel contesto attuale la principale minaccia all’indipendenza tecnologica degli USA è rappresentata dalla Cina, per via delle dimensioni industriali e del peso commerciale. E siccome in questo caso si parla di droni, nel concreto questo discorso non può che riferirsi soprattutto a DJI, azienda leader mondiale del settore.
La sicurezza dei dati diventa anche una questione commerciale
Un altro argomento che sostiene queste misure è la sicurezza dei dati.
Nella proclamazione, l’amministrazione Trump sostiene che UAS e componenti provenienti da determinate entità straniere possano rappresentare un rischio per la sicurezza informatica. Il problema indicato riguarda in particolare il software, che potrebbe nascondere dei sistemi che consentirebbero di trasmettere dati al produttore situato in un Paese straniero e finirebbero nelle mani del governo di quel Paese.
Il confine tra cybersecurity e politica industriale diventa insomma sempre più sottile, e un prodotto tecnologico straniero non può più essere valutato soltanto per prezzo, prestazioni e hardware, ma diventano determinanti anche la provenienza del software, il controllo della supply chain e il possibile trattamento dei dati raccolti durante l’utilizzo.
Il messaggio alle aziende: producete negli Stati Uniti
Visto che questo filone tiene banco da anni, sappiamo già che finora usare il bastone ha pagato poco, perché gli Stati Uniti non sono stati in grado, con le risorse interne, di creare una produzione che sapesse offrire agli operatori interni dei droni che avessero lo stesso rapporto qualità-prezzo.
Per questo, oltre ai dazi che rappresentano il bastone, la proclamazione contiene anche una carota, ossia la prospettiva di un programma di incentivi per le aziende che investiranno in nuovi impianti americani destinati alla produzione di droni e componenti. Le imprese potranno presentare veri e propri piani di onshoring, impegnandosi a costruire, ampliare o ristrutturare stabilimenti negli Stati Uniti, ma la costruzione dovrà iniziare prima del 20 gennaio 2029.
Per i progetti approvati è previsto un vantaggio importante: durante la realizzazione dello stabilimento, le aziende potranno importare senza pagare i dazi della Section 232 determinati prodotti necessari alla propria supply chain e le attrezzature produttive, entro volumi commisurati alla futura capacità dello stabilimento.
Proteggere il mercato per far crescere un’industria americana dei droni
Secondo l’amministrazione, le importazioni straniere e quelle che vengono definite “pratiche commerciali sleali” riducono gli incentivi per i produttori americani a investire nell’espansione degli stabilimenti, della capacità produttiva e della forza lavoro. Da questa prospettiva, i dazi hanno una funzione molto precisa: modificare l’equilibrio economico tra acquistare all’estero e produrre negli Stati Uniti.
Un drone importato colpito da una tariffa del 25% o addirittura del 100% diventa inevitabilmente meno competitivo rispetto a uno che può accedere al mercato americano attraverso una filiera considerata affidabile oppure attraverso una produzione localizzata direttamente negli USA. Però questa competitività è artificiale, e non è detto che funzioni nel medio-lungo periodo.
Anzi, dal punto di vista tecnologico, proteggere la propria industria con queste forzature potrebbe persino lasciare gli USA più indietro rispetto al ruolo d’avanguardia tecnologica che al momento si sforzano di mantenere.
Il mercato dei droni al centro del confronto geopolitico
Il drone non è più solo un prodotto tecnologico, ma il tassello di un puzzle più ampio, nel quale si intrecciano industria, controllo dei dati, sicurezza informatica, supply chain e rapporti commerciali tra grandi potenze. Gli USA vogliono ridurre la loro esposizione verso tecnologie e componenti provenienti da filiere considerate strategicamente problematiche, e nello stesso tempo cerca di rafforzare la produzione nazionale capace, sperando che in tempi brevi riesca a sostituire almeno una parte di quelle forniture.
La partita, quindi, non riguarda soltanto quali droni potranno essere venduti negli Stati Uniti e a quale prezzo, ma soprattutto chi controllerà, negli anni a venire, la tecnologia, i componenti e la capacità produttiva necessari per costruirli.
Per quanto riguarda la situazione in Europa, al momento il vecchio continente non ha la capacità di diventare attore protagonista su questi fronti, visto che più degli USA è indietro nella costruzione di una propria filiera produttiva tecnologica. Proprio per questo motivo, però, sarebbe un errore concludere che “queste questioni non ci riguardano”, perché invece proprio l’Europa e l’Italia si trovano a giocare una partita ancora più delicata, tra più fuochi e con in mano pochissime carte da giocare con grande attenzione.




