Come ci si sente quando si distrugge il prototipo di un grosso drone da costruire in serie

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Sergio Barlocchetti ci racconta praticamente in diretta un piccolo, grande disastro aeronautico: la perdita, per un errore umano, del prototipo di un grosso drone ad ala fissa, dall’aerodinamica innovativa, destinato ad essere costruito in serie da una importante azienda aeronautica italiana. Essendo il prototipo ancora riservato, l’immagine di apertura non si riferisce a questo incidente specifico ma all’esplosione in volo di un enorme aeromodello ed è del tutto illustrativa.

Questa volta il linkloss è stato un brutto colpo. Non per colpa di qualche segnale radio spurio, ma perché ho perso un prototipo, del tipo ad ala fissa, proprio alla fine dei voli di collaudo, quando il test che fai non ti preoccupa più di tanto e ormai la squadra, piloti e ingegneri, hanno il drone “nei pollici”.
La fine della fase di sviluppo è vicina e già si pensa al completamento, alle missioni in volo autonomo e al cliente, cioè ai tempi di consegna rispettati e al pagamento. Mi sono sempre sforzato di mantenere ben presenti i tre mantra della scuola di Flight Testing:

1. What If;
2. Set for worst, hope for best;
3. Test to learn, learn to test.

Traduco: 1. Che succede se… 2. Preparati per il peggio, spera per il meglio; 3. Prova per imparare, impara per provare. Non è bastato evidentemente, perché dopo circa quaranta minuti di volo, di virate, salite e discese, decolli e atterraggi, complice il sole contro, il cielo lattiginoso e la livrea grigio Navy, al posto che raddrizzarlo all’uscita di una virata a bassa quota e alta velocità abbiamo finito per accentuare la traiettoria e non avere più il tempo per recuperare.

Coriandoli di carbonio

Un botto secco, coriandoli di carbonio ovunque, il silenzio improvviso e uno strano senso di immobilità generale che viene spezzato dalla chiamata radio alla squadra di recupero per intervenire, con il pilota che finalmente realizza appieno cosa ha combinato e ha un gesto di disappunto.
Dal furgone esce la testa dell’ingegnere più giovane del team che non ha visto e neppure sentito, mi guarda con aria interrogativa e dice: “Ho perso il segnale”. Gli rispondo: “Abbiamo perso il proto, salva i dati e spegni tutto, dopo li vediamo in ufficio, riunione alle 18.”
Non ci sono scuse, si sarebbe dovuti partire con la fase due, l’installazione del Flight Computer e del sistema automatico di comando e controllo, invece devo – tocca a me – chiamare in azienda e dire al responsabile della produzione che mi servono altri esemplari, almeno uno pronto entro qualche giorno.

Due brutte telefonate

Cerco le parole giuste e non mi vengono, così mi prendo il tempo di veder tornare i ragazzi con i pezzi e capire che cosa si è salvato. Poco in realtà, la gimball è letteralmente sbriciolata, l’ala è intera ma il motore si è distaccato dai supporti e ha travolto l’elettronica. So che devo fare due brutte telefonate, una al finanziatore del programma e mio boss, l’altra al responsabile della produzione. Al pilota non devo dire nulla, si può sbagliare e quando capitò a me ero già abbastanza affranto per non aver bisogno di sentirmi anche sotto processo. Mano sulla spalla e… “Facevi fatica a capire l’assetto?” “Si”, mi risponde.
Impariamo una lezione, la parte inferiore e l’intradosso li faremo di un colore diverso, in modo da capire meglio se ci sta mostrando il dorso oppure no. Queste luci si vedevano poco, possiamo migliorare.
Certo, si può sempre migliorare. Nessuno comunque si è fatto male, niente e nessuno è stato mai in pericolo, tutto il resto si sistema. Smobilitiamo dal campo di prova, salgo sul furgone e affronto me stesso. Meglio che mi sentano tutti, in modo che nessuno pensi si possa dare una colpa. Siamo una squadra e come tale dobbiamo affrontare uniti i migliori e i peggiori risultati. Ok, inutile rimandare, faccio il numero… “Capo, stiamo rientrando, abbiamo avuto un crash…”

 

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