Droni e catastrofi: c’è chi fa e c’è chi banfa. Noi stiamo con chi fa.

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Di Sergio Barlocchetti

E’ nato Rescue Drones Network, ovvero un progetto italiano per la creazione di una rete di pronto impiego dei SAPR a supporto di attività di soccorso. Ideatore del progetto è Gian Francesco Tiramani, professionista con una vita trascorsa nel trasporto sanitario e d’emergenza. Tutto bene dunque? Ma va, ovviamente quando uno fa qualcosa, dieci brontolano e si lagnano. Ma a noi interessa chi fa. 

La costituzione della rete, che tecnicamente è un’associazione di volontariato, è avvenuta a Piacenza presso la sala del Consiglio provinciale il 13 ottobre scorso innanzi il notaio. Presenti oltre 120 operatori e piloti di droni in arrivo da tutta ItaliaQuesto significa che la Protezione Civile nazionale ha da oggi una rete di piloti volontari che possono essere chiamati a intervenire laddove ce ne sia bisogno, senza dover attraversare il territorio per raggiungere la zona delle operazioni, ma semplicemente pescando dal database del Rescue Drone Network tra cento piloti distribuiti in 18 regioni.

Tutto bello? Figuriamoci, sui social si è scatenata l’immediata caccia a chi toglie lavoro agli altri (ma è volontariato), la reprimenda di chi non ha fatto notare che in certe emergenze volano soltanto i Vigili del Fuoco, e chi ha immediatamente cercato di buttare, diciamo polvere, sull’idea del Tiramani.

In primis urlando al fatto che in caso di calamità non si può volare sulle zone colpite.  Ignorando, o volendo ignorare, che certamente viene emesso a tempo di record un Notam apposito, che però non serve per vietare il sorvolo del disastro, quanto per proteggere i voli d’emergenza, anche quelli dei droni.

Francamente non capisco l’atteggiamento di costoro. Abbiamo delle splendide risorse, abbiamo capacità e un territorio fragile, delicato e prezioso. Dovremmo prima tutti pensare a prendercene cura, e quando accade qualcosa di grave (il se è superato dalla statistica), ben vengano i volontari preparati e già conoscitori della zona da sorvolare che entro due ore dall’allerta sono in volo. E ora che questa idea l’abbiamo realizzata noi italiani per primi al mondo riusciamo comunque a trovare qualcosa che non va.

Forse sfugge un aspetto che anche l’aviazione nostrana aveva sottovalutato quando fu costituito il servizio di elisoccorso, peraltro osteggiato nel suo momento di passaggio dal militare al civile: l’importante non è soltanto avere a disposizione la rete di operatori per l’emergenza, lo è di più che cosa impareremo facendo gli interventi, ovvero quanto questi piloti riusciranno a specializzarsi nel volo che potremo chiamare SAPR-EMS. Questi sperimenteranno quali sono i contesti più complessi, quali soluzioni sono valide per poter volare sotto la pioggia e con il vento, capiranno quali sensori danno il meglio della captazione e quali software forniscono la migliore elaborazione dei dati. E soprattutto da questo deriverà la formazione specializzata in missioni in ambiente particolare come quello dell’emergenza, rinunciando quando la cosa più saggia è ammettere che sia meglio delegare la missione a un gruppo cinofilo o a un elicottero. Oppure scoprire che non serve così tanto e rimanere sotto le coperte.

Ho sempre sostenuto che il drone altro non è che un’estensione dei nostri sensi laddove è meglio che di persona non andiamo, per ragioni di sicurezza, di limiti umani e d’opportunità. E ne sono sempre più convinto. Ma dileggiare sul nascere una risorsa è stupido quanto decollare con le batterie non cariche.

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