Le riprese dei droni al servizio dell’identificazione biometrica delle persone

Se i droni sono delle telecamere volanti, è chiara a tutti la loro innata vocazione per la sorveglianza, non solo privata ma anche pubblica.

Negli ultimi tempi li vediamo sempre più impegnati in operazioni che mirano a rintracciare persone, siano esse disperse in montagna, finite sotto le macerie in caso di disastri ambientali, criminali in fuga, o semplici amici che si ritrovano per una festa contravvenendo alle regole del distanziamento sociale.

Il loro successo in questi scenari è tale che sembrano stati concepiti apposta per questo: individuare la presenza di persone. Ma se dal trovarle e basta volessimo anche identificarle, ossia scoprire chi sono e come si chiamano, be’ la questione diventa ben più complessa.

Una tecnologia del genere, di quelle che vediamo spesso nei film di spionaggio, di fatto esiste già. Si chiama “BRIAR” (che sta per Biometric Recognition and Identification at Altitude and Range) e funziona fino a 1000 metri di distanza, senza lasciarsi confondere dalla presenza di nebbia o di pioggia. Il programma può già oggi essere applicato alle telecamere di sicurezza posizionate nei luoghi pubblici (ad esempio quelle delle banche), ma in futuro potrà basarsi anche sui video registrati dai sempre più numerosi droni che per svariati motivi (ad esempio servizi di delivery) attraverseranno i cieli delle nostre città.

Non si tratta solo di riconoscimento facciale, una tecnologia già diffusa (la usa anche Facebook) che partendo da una o più immagini può indovinare l’identità di una persona raffigurata, ma di un più complesso sistema di identificazione biometrica basato sull’intero corpo dell’individuo inquadrato (WB, “whole body”) che lavora al riconoscimento tramite video invece che attraverso le immagini.

BRIAR mira ad applicare i progressi delle tecnologie di riconoscimento facciale all’identificazione anche di altre caratteristiche dell’essere umano, come ad esempio la forma del suo corpo e la sua andatura, allo scopo di determinare i segnali biometrici universali, unici e permanenti che possono essere usati per la verifica e il riconoscimento di un soggetto.

Questa rivoluzionaria tecnologia, però, al momento non è ancora pronta e soffre ancora di numerosi margini di miglioramento incompiuti, visto che le riprese fornite dalle telecamere installate in posizioni elevate, come ad esempio gli angoli dei palazzi, non offrono sempre video in alta qualità, senza considerare che il movimento delle persone riprese rappresenta una ulteriore variabile che complica non poco l’elaborazione da parte del sistema di identificazione.

Per questo la IARPA (Intelligence Advanced Research Projects Activity americana), che si occupa di sviluppare progetti di ricerca per l’intelligence nazionale, conta proprio sui droni e sulle loro sempre più numerose riprese dall’alto per sviluppare ed affinare ulteriormente il programma di identificazione che – chissà – tra qualche anno potrebbe consentire di identificarci mentre stiamo passeggiando per strada, proprio come l’occhio sempre vigile del Grande Fratello immaginato da George Orwell nel suo romanzo 1984.

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