Abbiamo fatto il patentino per i droni in in Inghilterra. E non abbiamo speso un centesimo

Non abbiamo resistito a prenderci subito il patentino A1-A3 dal sito della CAA, l’ENAC ingleseChe come sappiamo con la Brexit non è più in Europa, e nemmeno in EASA, quindi potrebbe non valere nulla in Italia, ma eravamo lo stesso curiosi di conoscere anche i patentini d’oltremanica.

PERCHE’ I PATENTINI DEI PAESI EASA VALGONO ANCHE IN ITALIA?: L‘articolo 8, paragrafi 1 e 2, del regolamento UE 2019/947 impone ai piloti remoti di soddisfare i requisiti di competenza stabiliti per la categoria “aperta” nella parte A dell’allegato per; e la categoria “specifica” nell’autorizzazione operativa stabilita dall’autorità competente o lo scenario standard definito nell’appendice 1 o i requisiti definiti nel LUC.

Il regolamento non impone agli aspiranti piloti di droni di intraprendere la formazione / esame richiesto nel loro paese di residenza.
Pertanto, chiunque è libero di seguire i corsi di formazione nello Stato membro dell’UE o in uno Stato membro dell’EASA (Svizzera, Norvegia, Islanda e Lichtenstein) di sua scelta.

Se l’esame viene condotto secondo i requisiti del regolamento UE e al pilota remoto viene consegnato il relativo certificato / prova di competenza, questo sarà riconosciuto da tutte le altre NAA.

 

Una meraviglia il patentino British: è gratis, è chiaro, è scritto in un inglese volutamente elementare, ha solo concretissime domande sull’uso dei droni con esempi facilissimi da capire. E alla fine ti dice cosa hai sbagliato, lo puoi ripetere tutte le volte che vuoi… Così dovrebbe essere un esame online per dronisti: essenziale, chiaro, gratuito, centrato sull’obiettivo di creare piloti consapevoli di quello che fanno. Brava CAA.

Registrazione

Dimentichiamo SPID, documenti elettronici e burocraterie varie: andiamo sul sito https://register-drones.caa.co.uk e chiediamo di registrarci come Flyer, che sarebbe il pilota; l’altro codice, equivalente al nostro QR CODE  D-Flight, non ci serve perché siamo registrati in Italia, e la legge prevede che dobbiamo registrarci nel nostro Paese e oltretutto non ci converrebbe, costa 9 sterline che son di più dei 6 euro che si pagano su D-Flight.

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La registrazione un sogno, è quanto di più semplice si possa immaginare: ci arriva un codice sull’email, la inseriamo nell’apposito campo sul portale CAA e ciò basta e cresce per affrontare le 40 domande. La bella sorpresa è che l’attestato è completamente gratuito e ci viene spiegato che possiamo tentarlo tutte le volte che vogliamo. Facciamo apposta qualche errore, giusto per vedere se ci viene data la risposta giusta, e così accade. Ma non anticipiamo, vediamo com’è andata…

Le domande sono semplici, chiare, centrate sull’argomento, senza complicati riferimenti alla fisiologia umana, dettagli dello spazio aereo e altre complicazioni che davvero c’entrano poco o nulla con droni e aeromodelli che volano in A1 e A3. Le situazioni sono quotidiane, comuni, concrete, prese dalla realtà di tutti i giorni:

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Ciononostante, nonostante l’addio della Gran Bretagna all’Authority europea, sono perfettamente calibrate sulle regole EASA (e ci mancherebbe, parliamo dell’Autorità aeronautica britannica, non certo gli ultimi venuti), come questa incentrata sull’uso degli osservatori UAV, una delle novità più importanti delle regole comuni europee:

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Certo, le regole EASA prevedono che il test copra anche le limitazioni delle prestazioni umane. Ma ciò non significa automaticamente che sia necessario (o opportuno) chiedere al candidato i dettagli del funzionamento della memoria a breve termine, i meccanismi fisiologici dello stress o i programmi motori del sistema nervoso centrale: in fondo è un test per piloti di droni, non per l’accesso a Medicina. Così la CAA ci fa domande di buonsenso quotidiano, tipo questa che chiede cosa è opportuno fare se si vola a gennaio con il sole basso all’orizzonte:

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Così come ENAC dettaglia alcune questioni nel regolamento italiano UAS-IT, anche il Regno Unito ha regole che sotto certi aspetti possono differire dalle nostre, e questa può essere una difficoltà, effettivamente. D’altronde gli inglesi guidano a sinistra, ma la patente inglese è valida lo stesso in Italia, e viceversa.  Per esempio, i sudditi di Elisabetta non hanno D-Flight, quindi le zone proibite se le devono cercare su un’app di terze parti e non certo aspettare che glie le racconti la BBC o un tabloid locale:

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Noi invece non abbiamo la Regina, e quindi nemmeno i palazzi reali (col re dentro, ovviamente, non quelli storici che ci sono eccome) ma siamo stati abbastanza smart da non sbagliare questa domanda che in sostanza ci chiede sei possiamo volare sopra Buckingam Palace o alla caserma dei Royal Marines:

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La normativa sulle assicurazioni in Italia è regolata dalle UAS-IT, che la impongono per tutti i droni e per tutti gli usi: in Inghilterra la norma è diversa, sapevatelo….

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Tutto il mondo è paese, e anche in Inghilterra ovviamente se c’è un problema serio va riportato alla Authority aeronautica, ma la domanda è semplice, chiara e istruttiva: che devo fare se per un pelo non colpivo un poveraccio col deltaplano?

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Non sono mancate le domande tecniche, ma come sempre semplici  e concrete, come deve essere: per esempio, perché mai devo aggiornare il firmware del mio drone?

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Da applausi come la CAA tratta la questione del BVLOS: niente parolacce tecniche, non lo cita nemmeno, EVLOSVLOSBVLOS, ma va. Semplicemente ti ricorda che “non devi mai perdere di vista il tuo drone”. E così di sicuro tutti capiscono il nocciolo della questione.

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Una volta finite le domande – ci abbiamo messo molto di più a scrivere l’articolo che a fare il test, durato molto meno dell’episodio della serie Netflix che guardavamo facendolo – la CAA ci chiede di confermare che abbiamo intenzione di volare in modo ragionevole e siamo consapevoli delle nostre responsabilità….

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E otteniamo un fiammante patentino OPEN A1-A3 valido 5 anni, non abbiamo speso un centesimo, abbiamo ricevuto solo domande centrate sull’argomento, ben fatte, ben strutturate, scritte in un inglese alla portata di un ragazzo delle medie. Davvero da applausi. Peccato solo che manchi l’indicazione cruciale EASA, lasciandoci più dubbi che certezze sull’effettiva usabilità del nostro patentino British in Italia.

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E se abbiamo sbagliato qualcosa possiamo rivedere le domande che abbiamo fallito, ovviamente con la risposta giusta  così la volta dopo non sbaglieremo più. Che dire? Così dovrebbe essere un esame per pilotare droni nelle più semplici, sicure e comuni sottocategorie Open. Brava CAA, se tutte le Authority fossero come te, non avremmo bisogno di Google.

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