Faremo la fine del cinquantino, nel Paese delle macchie rosse

Di Sergio Barlocchetti

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Volare a vista in Italia è un incubo. Tra TMA, CTR e CTA dalle estensioni gigantesche, ATZ fantasma ancora attivi su aeroporti chiusi, zone R, P e D con tanto di immotivata (e paracula) proibizione ai droni, di spazio Golf ne resta ben poco. E sotto questo, quello per i droni è funestato da ogni tipo di limitazione, comprese quelle di enti parco che si ergono ad autorità aeronautica e consiglieri comunali con la stella da sceriffo.

A monte, una iper-regolamentazione. Tutto in nome della sicurezza, come sempre, per il timore che un giorno o quell’altro possa capitare il peggio, un incidente grave. Che puntualmente è accaduto, con uno scontro tra un aeromobile tradizionale, appartenente a una scuola di volo, e uno a pilotaggio remoto. Ma della Polizia canadese, lontano da casa nostra, dove comunque le regole per il volo unmanned sono in vigore.

L’aeroplano in questione non era un jet con passeggeri a bordo quindi per i media l’incidente è stato “meno grave” del previsto. Peccato che se oltre alla parte inferiore sinistra della cofanatura motore (dove passano soltanto lo scarico e il circuito dell’olio motore), il drone avesse centrato e danneggiato l’elica o il parabrezza del Cessna, l’esito dell’evento avrebbe potuto essere ben più grave.

Il punto è che in un tempo non troppo remoto le regole venivano introdotte in modo minimo lasciando all’industria il tempo e il modo per potersi adattare. Oggi no, bisogna uniformare i regolamenti con quelli di altre nazioni anche se queste hanno situazioni culturali, orografiche e normative completamente differenti, occorre accontentare i benpensanti, soddisfare la politica che si intrufola in ogni attività umana e nutre se stesa amplificando preoccupazioni in realtà inesistenti o modeste, come quelle che hanno sempre accusato anche i droni di piccole dimensioni di poter essere armi letali. Ricordate lo studio balistico australiano sul quale si basava il limite in Joule della pericolosità? Tutto a scapito del buon senso e di quello della realtà. 

E noi siamo fritti perché se in qualche modo l’Italia, a suon di numeri, potesse davvero condizionare il mercato degli Uas, allora i grandi costruttori penserebbero immediatamente a produrre modelli che passano per giocattoli, dalla massa limitata ma abbastanza performanti per soddisfare le esigenze degli appassionati, regalando loro qualche spazio operativo in più.

Ma quando un mercato è sovra-regolato non può che soffocare e sparire, e a pensarci bene è quanto abbiamo già fatto con i ciclomotori da 50cc, un tempo sogno dei 14enni e monumento alla mobilità personale, e oggi praticamente spariti dalle percentuali di vendita del comparto delle due ruote. Casco, assicurazione, patente, obbligo di revisione, impossibilità di elaborazione. La cura ha funzionato perfettamente, il paziente è morto.

Se non vogliamo fare la stessa fine occorre reagire in modo deciso, ridiscutere regolamenti nazionali e comunitari. L’aviazione manned, che non è messa molto meglio, almeno nella sua “Basic Regulation CE 1139/2018” prevede, all’annesso primo, che sotto i 600 kg di peso massimo al decollo ogni Paese faccia come vuole e che i mezzi volanti siano esentati dalle norme di certificazione. Tutti tranne i droni, per i quali abbiamo fatto il peggio che potessimo fare: li abbiamo considerati tutti aeromobili e poi li abbiamo regolati con norme a parte che si stanno rivelando inapplicabili, farraginose e troppo complesse per garantire lo sviluppo del settore, alla faccia delle dichiarazioni sulla “mission” dell’Easa. 

L’Annesso primo della CE1139/2018 per l’aviazione leggera, storica e amatoriale è stata la salvezza,  consente di gestire in proprio le macchine volanti più semplici, quelle di interesse collezionistico e gli Experimental autocostruiti. Una “zona franca” nella quale non viene meno la sicurezza (le cifre parlano chiaro), ma non servono grandi capitali né complicate procedure per potersi divertire. Occorre alla svelta una semplificazione, almeno a livello nazionale, degli spazi aerei e delle normative. Inutile guardare all’estero, tutti fanno esclusivamente i loro interessi.

Sono pertanto convinto che almeno nel 50% delle zone che sulla cartografia ufficiale (ma non troppo) sono rosse si potrebbe volare serenamente in quei 50 metri di quota che consentono il 90% del lavoro e del divertimento. Del resto la cronaca lo ha dimostrato, pare che con un dronetto si possa far entrare in carcere qualsiasi cosa, anche una pistola.