Ormai sono anni che la battaglia che il Governo degli USA sta facendo ai prodotti d’importazione di alcuni Paesi in black list, ma soprattutto a quelli di provenienza cinese, investe il mondo dei droni e in particolare le possibilità di business di DJI, che è il principale produttore mondiale.
Come sappiamo, i vari deputati e senatori che sono portabandiera delle azioni restrittive contro DJI mirano al ban assoluto dei suoi prodotti tecnologici sul territorio americano, a causa dei rischi che questi dispositivi rappresenterebbero per la sicurezza dei dati personali dei cittadini USA e per la sicurezza nazionale, perché accusano DJI di spionaggio per conto del Governo cinese, ma sullo sfondo di queste motivazioni è impossibile non vederne di ulteriori, che invece sfociano tutte in questioni di carattere economico.
DJI ha sempre fatto di tutto per chiarire la propria posizione, a suon di dichiarazioni e comunicati, ma ora l’azienda di Shenzen, come riporta il sito Reuters.com, ha scelto di muoversi in modo più concreto, avviando un’azione legale contro il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) per cercare di far cancellare il proprio nome dall’elenco delle cosiddette “Società Militari Cinesi.” La causa, presentata a Washington venerdì, vede la società con base a Shenzhen contestare l’affermazione che sia posseduta o controllata dall’esercito cinese, sottolineando l’utilizzo dei suoi droni principalmente per scopi civili e commerciali, piuttosto che militari. Sottolineando come il Pentagono non abbia fornito una spiegazione valida per questa classificazione sino a che DJI non ha minacciato azioni legali nel settembre del 2023, la società cinese dichiara che le motivazioni fornite presentano numerose inesattezze.
Il processo arriva nel momento in cui il Congresso sta considerando un divieto totale per i nuovi droni DJI negli USA, una proposta che la Camera dei Rappresentanti ha approvato come parte del National Defense Authorization Act, ma il Senato deve ancora inserirlo nella propria versione del disegno di legge.
Tutto è iniziato nel 2017, quando l’Esercito degli Stati Uniti avvisò le proprie unità di cessare l’uso dei droni DJI, e negli anni seguenti altre agenzie federali, incluso il Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti, hanno messo a terra flotte di droni DJI proprio per via delle preoccupazioni sui potenziali rischi per la sicurezza dei dati. Le controversie si sono acuite quando il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inserito DJI nella sua “Entity List” nel 2020, per allusioni riguardo all’uso delle tecnologie dell’azienda in attività di sorveglianza in Cina. Il Tesoro USA l’anno successivo ha classificato DJI come una “Non-SDN Chinese Military Industrial Complex Company,” intensificando le preoccupazioni sui legami dell’azienda con le autorità cinesi.
Tuttavia, DJI rifiuta tali accuse, insistendo nel dichiarare la propria estraneità a episodi di violazione dei diritti umani, e sostiene di vendere droni con molteplici applicazioni possibili, che esulano dal suo controllo diretto. Inoltre, il punto di vista dell’azienda cinese, pubblicato sul suo sito ufficiale, enfatizza il ruolo positivo di DJI nel supportare i primi soccorritori negli USA e fa riferimento a controlli indipendenti che non hanno riscontrato rischi per la sicurezza legati ai suoi prodotti.
L’esito della controversia è incerto, con elevati rischi per la reputazione e l’accessibilità al mercato USA da parte di DJI. Il successo legale potrebbe essere un punto di svolta per l’azienda nel mercato statunitense, mentre un esito sfavorevole potrebbe aumentare gli ostacoli commerciali, ampliando le frizioni tra le due maggiori economie mondiali.



