Alpine Quest: oltre 1500km da Vienna a Monaco attraverso le Alpi [VIDEO]

Il 23 aprile, sotto il caldo sole del Mediterraneo, due donne straordinarie hanno concluso un’avventura epica sulla spiaggia di Larvotto, a Monaco. Dopo 54 giorni di sforzi incessanti, la campionessa mondiale di Ironman Loubna Freih e la guida alpina svizzera Mélanie Corthay hanno completato l’Alpine Quest, una audace traversata delle Alpi da Vienna a Monaco. Un’impresa che ha intrecciato sport estremi come lo sci alpinismo, il ciclismo e il trail running, celebrando al tempo stesso la resilienza delle donne e la bellezza selvaggia delle montagne.

Una sfida gigantesca: attraversare cinque paesi e oltrepassare i limiti

Da Vienna a Monaco, passando per Austria, Svizzera, Italia e Francia, il viaggio si è snodato su più di 1500 chilometri, affrontando 79 passi di montagna e ben 47 ghiacciai. Con rispettivamente 57 e 52 anni, Loubna e Mélanie hanno dimostrato che l’età non rappresenta un limite, ma soltanto un’opportunità per mostrare determinazione, fiducia e amore per le montagne.

percorso alpine quest itinerario
Credits: Aurélie Gonin

Imprese del genere non si possono ridurre a semplice sfida sportiva, perché dietro di esse c’è soprattutto l’ambizione di confrontarsi con ambienti selvaggi e mutevoli. E infatti le condizioni incontrate lungo il percorso sono state estremamente difficili:

  • tempeste e venti di 100 km/h sul Grossglockner in Austria (3.798 metri);
  • ondate di caldo e pericolo di valanghe nelle Alpi Svizzere;
  • piogge intense e tempeste di neve negli ultimi giorni della traversata delle Alpi del Sud.

Nonostante le sfide meteorologiche e l’imprevedibilità del manto nevoso, Mélanie ha tenuto puntualmente fede all’enorme responsabilità di tracciare ogni tappa del percorso, adattando spesso i piani e ridisegnandoli giorno dopo giorno.

La natura ripaga sempre le difficoltà affrontate, e così Loubna e Mélanie, con le loro vesciche ai piedi, i loro dolori alla schiena e gli zaini pesanti 12 chili, si sono anche potute riempire gli occhi e l’anima con i paesaggi mozzafiato e i loro meravigliosi compagni di viaggio occasionali, come stambecchi, lupi e aquile. Di fatto ogni alba portava un nuovo stupore, ricordando loro il motivo della loro impresa. Come racconta Loubna Freih:

“Davanti alla bellezza dei paesaggi, il dolore passa in secondo piano. Ho sopportato tutto perché il mio corpo sapeva di far parte di qualcosa di più grande. Attraversare l’intero arco alpino era un sogno. E come tutti i sogni che si realizzano, è triste sapere che sia già finito.”

Un viaggio tra donne e incontri memorabili

Nel corso dell’avventura, l’Alpine Quest è diventata anche un’esperienza collettiva. 13 donne tra atlete, scienziate, cineaste e fotografe si sono unite al duo in alcune tappe specifiche del percorso, creando una sinergia unica fatta di sport, esplorazione e educazione.

Alpine Quest ha avuto infatti anche una finalità più profonda: raccontare, attraverso il cinema, l’evoluzione delle Alpi nell’era del cambiamento climatico. E in quest’ottica non poteva esserci presenza migliore della regista Aurélie Gonin, aggregatasi al gruppo, che è specializzata in sport di montagna e ha documentato il viaggio in condizioni estreme, portando con sé un’attrezzatura leggera e di alta qualità per catturare ogni momento essenziale.

Aurélie ha scelto strumenti innovativi come la DJI Osmo Action 5 Pro e il drone DJI Flip, che hanno permesso riprese agili e autonome anche nei momenti in cui non poteva essere fisicamente presente con le atlete. La sua perseveranza e adattabilità hanno reso possibile raccontare il cambiamento silenzioso delle montagne e l’intensità di questa incredibile avventura.

Aurélie Gonin con il DJI Flip
Credits: Aurélie Gonin

Vista la grande profondità e la varietà di connessioni create da questa esperienza, Alpine Quest è diventato allora un progetto educativo, coinvolgendo scuole in Svizzera, Francia e Monaco grazie all’iniziativa Water Family, per sensibilizzare le nuove generazioni sulla fragilità e sulla bellezza degli ambienti montani.

Per Mélanie Corthay, l’aspetto umano è stato il cuore della spedizione:

“Il tesoro più prezioso di questa esperienza è stato il modo in cui abbiamo gestito le emozioni insieme. Ognuno ha avuto il proprio spazio e tempo, e i tanti incontri sono stati pieni di generosità indimenticabile.”

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