No, i droni italiani non sono affatto pronti al decollo.

Di Sergio Barlocchetti

Quella andata in scena al Politecnico di Milano il giorno 11 febbraio è stata una conferenza freddamente entusiastica. Mai viste tante persone (via streaming), ricevere così belle notizie rimanendo tanto tristi.

Ma come? Allora il mondo dei droni è in pieno sviluppo, nessuna crisi, nessun empasse per gli operatori, tutti hanno guadagnato un po’ di quei cento milioni di euro che la scuola di management ha calcolato essere il valore del comparto. Ci fu un altro 11 febbraio nel quale, con numeri differenti, si dissero più o meno le stesse cose. Era quello del 2014, non esistevano Osservatori ma c’era molto più entusiasmo e voglia di investire.

I numeri dati ieri a Milano però non tornano con la realtà, bensì rappresentano un fantastico mondo parallelo che dichiara: l’86% delle imprese sono operatori. Appunto, significa che quasi ogni pilota è un’azienda. Fermi tutti però: perché in Italia ancora quasi nessuno assolda un pilota per 1.200 euro al giorno più Iva per fare delle foto dall’alto, ma continua ad andare dall’amico col drone. Il quale magari è anche registrato, perché certo, se si dice che da gennaio 2016 a dicembre 2019 sono stati identificati al portale dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile 13.479 droni, +13% annuo, bisogna però anche dire che la gente è stata costretta a farlo da un delirio di normative in continuo cambiamento. E quando impietosi i numeri mostrano il calo tra 2017 e 2018 arrivano spiegazioni che ci lasciano molto perplessi, tipo che i droni sono diventati più efficienti e ne servono di meno: e quando mai sarebbe accaduto questo fantastico balzo in avanti?

Dunque se pensiamo che c’è un’altra metà di Apr in giro che registrato non è (e meno male per chi li vende!), ma che vola, fotografa, forse anche guadagna qualcosa, ecco che tutto il calcolo salta. Ma si sa, se ti pagano per cercare numeri, qualche cifra la devi poi dare.

Una cosa avrei voluto sentire e non ho sentito: che l’incertezza normativa ha messo in gabbia un settore che oggi sarebbe stato florido. Perché riconoscere i propri errori è già un buon passo avanti. Non è certo merito o demerito del mercato, ma del sistema che ha vissuto momenti illiberali dettati dalle preoccupazioni terroristiche (al drone! al drone!) e altri di liberismo spinto al punto da disorientare anche le associazioni del settore, che non volevano certo una classe Open come quella proposta e approvata. Certamente le aziende sopravvissute devono crescere, ma per non morire, e lo fanno con ogni mezzo: dallo sfruttare meglio i fondi comunitari all’interagire con realtà internazionali, ma soprattutto affrontando un sano percorso di certificazione dei progetti e sperimentazione con la nostra autorità aeronautica. Non c’è altra via, ed ecco che serve tempo, troppo, e soldi, tanti, ma in pochi ne dispongono.

Al contrario di quello che hanno dichiarato al Politecnico, i droni italiani non sono affatto pronti al decollo, ma in volo a bassa quota da almeno sette anni. Il mercato è ancora emergente – per citare le parole di Alessandro Perego e Giuseppe Sala – non perché la nostra tecnologia e il nostro ambiente siano indietro rispetto a quelle di altre nazioni, ma perché una squadra di ex militari ed ex comandanti di Jet, completamente digiuni di questo ambiente ma pagati da noialtri, ha tirato acqua al suo mulino e impedito pedissequamente che il decollo avvenisse, cambiando le regole del gioco almeno cinque volte (tre regolamenti, due emendamenti, unico caso al mondo, l’Italia), creando un impianto di scuole più complesso di quello dell’aviazione tradizionale, con patenti, classi, pesi, Cro, visite mediche senza senso (viva l’Europa che l’ha tolta), ma anche di trecentini, i veri corsari del settore. Crescerà il comparto? Certamente! E’ sufficiente che le regole non cambino più e che si sblocchi questo benedetto B-Vlos in modo standardizzato. Perché da sempre quello dei droni è un settore che sta ripercorrendo a velocità decuplicata la storia dell’aviazione, ma col vantaggio di non dover fare le regole sui morti. Sfortunatamente per i manager e investitori (di aziende, di enti e anche di eventi), l’aviazione rimane un business lento le cui ricadute si apprezzano anche dopo decenni dal primo volo di un’idea fatta prototipo. E chi cerca scorciatoie crea disastri, Boeing insegna.


Replica: prof. Marco Lovera, responsabile scientifico dell’Osservatorio Droni del Politecnico di Milano

Buongiorno Direttore,
Marco Lovera Politecnico di MilanoCome responsabile scientifico dell’Osservatorio Droni del Politecnico di Milano temo di aver il dovere di aggiungere qualcosa rispetto all’editoriale di Sergio Barlocchetti. Premesso che con Sergio ci conosciamo da molti anni e abbiamo una solida stima reciproca sul piano tecnico, io condivido solo in piccola parte l’analisi che fa dello stato del settore (poi non  mi e’ piaciuto affatto il tono, ma questo e’ un altro problema).

Per studiare il settore dei droni in Italia, come Osservatorio ci siamo basati in parte su dati oggettivi, raccolti con metodologie consolidate da un team di ingegneri gestionali ed economisti industriali, e in parte sui risultati di un survey inviato a piu’ di 400 imprese del settore.

La stima del valore del settore, la ripartizione delle attivita’ tra operatori, produttori etc. sono difficili da questionare in quanto assolutamente oggettivi. Idem per i dati sull’evoluzione temporale della costituzione delle imprese del settore, che tanto hanno divertito alcuni commentatori poco preparati, che indicano che il settore e’ comunque in espansione. Qui il malinteso sta nel fatto che l’analisi di dati di questo tipo non si fa unendo i puntini ma capendone il significato economico e soprattutto tenendo conto dell'”effetto ritardo” nel popolamento dei database.

Da ultimo, la percezione ottimistica per il futuro (questa, si, soggetta ad interpretazione) e’ comunque condivisa dalla stragrande maggioranza delle imprese che hanno risposto al nostro survey.

Poi, che ci siano dei problemi lo sappiamo tutti. In particolare, il ruolo della normativa e’ stato oggetto di studio per tutto l’anno di attivita’ dell’Osservatorio (e le discussioni non sono mancate!). Per l’abusivismo: certo, lo sappiamo. Ma stiamo parlando dell’Italia, esiste un settore nel quale l’abusivismo non e’ un problema? Qualcuno ha delle ricette magiche per combatterlo? Ad ogni modo e’ certamente un tema che possiamo approfondire nella prossima edizione dell’Osservatorio.

In conclusione, l’Osservatorio Droni e’ nato proprio per puntare un riflettore sul settore, far sedere attorno a un tavolo imprese dell’offerta, imprese della domanda, istituzioni, associazioni. Lo scopo e’ quello di stimolare la discussione e il confronto (e quindi ogni contributo e’ benvenuto) e nel lungo termine favorire la crescita. Nient’altro.