Colpo di scena: un documento postato per sbaglio dice che la FAA farà regole “all’italiana” per i droni.

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La storia ci ricorda un po’ la solita tiritera del dirigente Apple che “dimentica” il prototipo dell’ultimo iCoso in un pub da fighetti, ma la faccenda pare seria, almeno secondo Forbes, la prestigiosissima rivista statunitense di economia e finanza.
Per “sbaglio”, qualcuno all’interno dell’authorithy americana avrebbe postato su Internet un documento riservato che dimostrerebbe che la FAA, stretta dalle lobby e dalle pressioni dell’industria che scalpita per fare affari d’oro con i droni sta preparandosi a calare le braghe e preparare un regolamento per i droni molto meno duro di quello che si pensava, anzi, pare che le regole americane saranno una fotocopia di quelle dell’ENAC italiana.

SCUOLE
Cadono le assurdità più evidenti, come l’obbligo per i piloti di droni americani di avere un brevetto di pilota di aerei o elicotteri. La FAA sembra orientata a seguire l’esempio della nostra ENAC: ci saranno scuole aeronautiche specifiche per chi pilota droni, il che è davvero una grande notizia, perché almeno in teoria apre le porte in un futuro ai nostri piloti che, se dovessero lavorare negli USA, potrebbero farsi riconoscere i certificati delle scuole ENAC e non sarebbero costretti a prendere una licenza di pilota privato. Secondo le stime della FAA (ovviamente non ufficiali, come tutto il contenuto del documento piovuto sul web), il costo dei corsi e test americani dovrebbe aggirarsi sui 300 dollari, una cifra non molto distante da quella chiesta dalle scuole italiane, che ormai va attestandosi sui 400 euro circa (se consideriamo l’IVA, siamo molto allineati con i prezzi non ufficiali USA). A differenza che da noi, la FAA però pretenderebbe che il certificato sia confermato da un esame ogni due anni. in America come da noi, chi ha una licenza aeronautica avrà sconti sulle ore di lezione e crediti formativi (e quindi paga anche meno, va da se).

CERTIFICAZIONI delle macchine
La FAA rinuncerebbe anche alla ventilata suddivisione dei droni in diverse categorie a seconda di pesi, dimensioni e scenari operativi, in favore di un unico calderone dove mettere i piccoli droni sotto le 55 libbre (toh guarda, 25 kg, ricorda qualcosa?)  e si riserva di valutare in seguito se fate qualcosa per i droni micro. Anche questo ci ricorda il sempre promesso e mai concesso regolamento per i droni sotto i 2 kg che ENAC ci aveva promesso già lo scorso settembre: a pensar male si fa peccato ma spesso ci si piglia, diceva Andreotti, ma a noi nessuno toglie dalla testa che non sia un caso se la FAA stia copiando passo dopo passo il regolamento ENAC, l’impressione netta è che noi stiamo facendo da cavie per la FAA e per il resto del mondo. Detto ciò, dalla bozza piovuta sul web parrebbe che FAA metta in pensione anche le ipotesi di certificazione aeronautica delle macchine, sostituita da una registrazione che (ma va?) assomiglia molto alla dichiarazione di rispondenza che ENAC richiede dopo aver fatto la sperimentale. Con meticolosa precisione il documento dice anche che la registrazione costerà 5 dollari all’anno, il  che  ci sembra davvero un ottimo affare rispetto ai costi di approvazione che stanno piovendo in questi giorni sulla testa degli operatori italiani che hanno portato all’ENAC le loro macchine. Però  finché il regolamento USA non sarà definito, con le dovute circolari applicative, non possiamo sapere cosa comporterà nel concreto la burocrazia americana per aver diritto alla registrazione. Quindi aspettiamo a dire che gli americani in questo sono più fortunati di noi, ma l’impressione è quella. Per il momento, se il regolamento USA non avrà novità eclatanti, i costi della certificazione dei droni in America – il famigerato Exception 333 sono davvero salati, da un minimo di 5 mila a 50 mila dollaari e oltre.

Niente FPV né volo automatico
Pure qui pare di leggere il regolamento ENAC. Ma almeno la FAA si degna di spiegare il motivo: nel documento si legge che il divieto è imposto perché un umano deve assumersi sempre la responsabilità del volo, in ogni istante, e quindi questo non può mai svolgersi né fuori dalla linea visuale del pilota né delegato al computer di bordo e nemmeno assistito in remoto da un operatore che non vede il drone stesso. Ma da com’è formulato, anche il futuro regolamento USA pare lasciare aperta la porta all’interpretazione che in Italia va per la maggiore, e cioè che nulla vieti di volare automaticamente se il pilota è comunque in contatto visivo con il drone e può intervenire sui comandi in qualunque momento. Questo divieto, che sta diventando rapidamente anacronistico, di fatto mette fuori gioco i droni postini e moltissime altre applicazioni scientifiche e industriali. Siamo fiduciosi che col tempo sarà riformulato, altrimenti queste regole – americane o italiane che siano – rischiano di somigliare alla legge della Regina Vittoria sulle automobili: si potevano usare, ma solo a patto che fossero precedute da un uomo a piedi che agitava una bandierina. Probabilmente in futuro il bando al volo automatico sarà un aneddoto che farà ridere i nostri nipoti, ma per intanto ci tocca subirlo, anche se le lobby faranno del loro meglio per demolirlo (e noi gli daremo volentieri una mano).

Dall’alba al tramonto, a 500 piedi
Probabilmente la FAA ha copiato  con Google Translator anche l’articolo 6 del regolamento ENAC. Ok, Google Translator magari no, “From sunrise to sunset” è un poco più poetico dell’italico burocratese  “In condizioni di luce diurna”, ma sempre lì siamo. La quota massima è 500 piedi, cioè 150 metri (strano, neh?). Qui il regolamento italiano è un po’ più elastico, visto che se è vero che da noi il limite generale è identico a quello americano, in certi casi i nostri droni possono operare anche 300 metri, 1000  piedi, cosa che per ora la FAA esclude categoricamente.

Regolamento + semplice = – abusivi
Una delle considerazioni che più ci sono piaciute del documento FAA è la lapalissiana conclusione che meno burocrazia, meno costi, meno regole portano a un maggior legalità del settore, a un minore abusivismo con vantaggi per tutti a cominciare dalla collettività che non si vede volteggiare sulla testa droni rabberciati in qualche modo e pilotati da gente che non ha la minima idea di quel che sta facendo. Ma non finisce qui:  la FAA è molto pratica come tutte le istituzioni USA, che hanno bilanci da tenere in pareggio e devono davvero rendere conto di come spendono le tasse dei contribuenti. E saggiamente ammette che meno burocrazia equivale anche a controlli meno costosi e meno risorse da spendere quando si tratta di mandare gli ispettori a fare il cu… ehm, a contestare contravvenzioni agli inevitabili furbetti, mala pianta che cresce benissimo su entrambe le sponde dell’Atlantico e trova nella complessità legale e burocratica un ottimo concime per crescere e soffocare chi vuole giocare pulito.

 

 

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