Sebbene si tema ancora qualche sorpresa, con migliaia di soldati dell’esercito pronti a tutelare l’insediamento del nuovo presidente statunitense Biden, il mandato Trump è ormai alla fine.
Eppure, tra le pericolose proteste non autorizzate che lo hanno coinvolto, l’impeachment che ne è derivato e non ultime le tuonate contro le varie piattaforme social che via via hanno sospeso o chiuso completamente i suoi profili ufficiali, il tycoon ha trovato anche il tempo per un’ultima azione contro i droni di fabbricazione cinese, all’interno della evidente crociata politico-economica contro Pechino che Trump ha sposato fin dai primissimi giorni del suo insediamento.
In particolare, lo scorso lunedì, Trump ha firmato un ordine esecutivo col quale ha ordinato alle agenzie di governo di valutare ogni possibile rischio collegato all’uso di droni di fabbricazione straniera all’interno delle flotte governative americane, e di dare la priorità alla loro rimozione.
Più in particolare il provvedimento riguarda i droni prodotti in Paesi considerati avversari degli USA, ossia la Russia, l’Iran, la Corea del Nord e ovviamente la Cina. Per ordine di Trump, le agenzie federali sono tenute a prendere ogni misura necessaria per limitare i possibili rischi di spionaggio e di sicurezza connessi a questi droni, inclusa la rapida dismissione degli stessi dal servizio.
Ricordiamo che un anno fa il Dipartimento degli Interni lasciò a terra la sua flotta di circa 800 droni di produzione cinese (salvo utilizzarli in situazioni di emergenza), una decisione voluta dalla stessa amministrazione Trump che, pur coi giorni contati, ha trovato il modo di infliggere un ultimo colpo alla diffusione in casa di alcuni prodotti esteri che, prima ancora che potenziali fonti di rischio per la sicurezza, rappresentano dei competitor che sul piano dell’efficacia operativa e della convenienza economica si sono finora dimostrati, per l’industria dei droni americana, molto difficili se non impossibili da sconfiggere.




