RAF senza piloti di droni militari, assumerà piloti da playstation?

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“Strappiamo i ragazzini dalla playstation e addestriamoli a combattere con i Reaper”. Non è una battuta da bar, è il convincimento di un ex comandante delle forze aeree britanniche in Siria, il Maresciallo dell’Aria sir  Greg Bagwell

Bagwell è un duro, per convincerlo ad andare in pensione ci sono voluti un paio di assalti con i droni Reaper ai danni di “foregin combat” inglesi, insomma, cittadini britannici uccisi con i missili dei droni tra Siria e Iraq: azioni molto contestate in patria, ai limiti della legalità, forse anche un po’ fuori. E  Bangwell da la colpa alla legge, chiedendo norme che diano mano più libera agli operatori dei droni da guerra, altrimenti “dobbiamo continuamente rassicurare i piloti che stanno agendo legalmente”. Già, qualche dubbio può venire quando ti dicono di tirare un missile sulla gente, saranno anche terroristi ma dalle camere ad alta definizione dei droni della Royal Air Force sembrano persone come tutte le altre.

Così il mestiere del pilota di droni militari è stressante: non si rischia granché, al massimo se il drone vene abbattuto sarà qualche milione di sterline che va in fumo, ma la consapevolezza che non si tratta di un videogame ma di un macello vero lascia i piloti prostrati sul piano psicologico e spesso richiede loro cure psichiatriche. Ma per Bagwell non c’è differenza tra la cloche di un Reaper e il joypad della playstation, e propone seriamente di “tirar fuori i 18-19enni dalle loro camerette, togliergli la playstation e metterli ai comandi di un Reaper. Non hanno mai pilotato un aereo prima? E che vuol dire, lo può fare chiunque“. La speranza, mica tanto segreta, è che un giovane imbottito di videogame non vada troppo per il sottile quando si tratta di trasformare in fontane di sangue non i pixel del televisore ma la carne dei nemici. O presunti tali, visto che i “collateral damage” non sono per niente rari nella guerra dei droni.

Che per Bagwell la guerra sia un gioco risulta anche evidente dai consigli che da agli aspiranti piloti: “per essere un ottimo operatore di Reaper, serve una visione tridimensionale di quello che vi circonda, anche se siete fisicamente a 5 mila chilometri di distanza. Dovete giocare nella mente una partita a scacchi tridimensionale, capire come i vari pezzi vadano insieme per cogliere il bersaglio”. In nessuna parte di questo discorso entra in gioco la responsabilità dell’operatore, che non è un killer prezzolato ma un pilota militare, un ufficiale a cui deve sempre spettare l’ultima parola sull’opportunità di aprire il fuoco, dopo essere sicuro che il bersaglio sia legittimo secondo le regole di ingaggio.

Ma a Bagwell questo non sta bene, visto che si è formato alla scuola del generale Sir Richard Barrons, che sogna un futuro (allucinante a parere di chi scrive) dove “macchine uccidano sulla base di un algoritmo, senza bisogno di persone nella stanza dei bottoni”. Robot assassini, dunque, che scelgono loro chi deve vivere e chi merita di morire. Un futuro che speriamo faccia parte della fantascienza più dark, uno scenario che grazie al Cielo è illegale in tutti i Paesi civili. Uccidere non è una decisione da lasciare alla flight board, e nemmeno un videogioco, lo vogliamo dire chiaro ai giovani che potrebbero essere tentati di lasciare la playstation in cambio di quattro tonnellate di acciaio e missili supersonici. Già la guerra è disumana, se la trasformiamo in una partita a scacchi tra intelligenze artificiali che sacrificano pedine umane per accumulare punti, siamo alla bestialità più nera.

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