Voglio una casa a prova di droni

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Da che il direttore dell’FBI Robert Mueller ha ammesso di usare droni per spiare cittadini americani negli Usa, si è diffusa una certa psicosi da drone. E non si contano i ficcanaso che con droni hobbistici spiano i vicini, o magari le vicine che prendono il sole nel terrazzo di casa. Era solo questione di tempo prima che qualcuno pensasse di usare questi timori non del tutto campati in aria per farci i soldi sopra. La startup Domestic Drone Countermeasures, per esempio, nata dalla fantasia dell’ex mercenario Tim Faucett che vende tecnologie anti drone a normalissimi cittadini preoccupati della propria privacy.

Tim Faucett

“Noi sentiamo che la gente si sente senza difese di fronte ai droni, e vedono sfumare la loro privacy. Non è che i droni in sé siano cattivi, ma dipende da chi li usa” filosofeggia l’ex mercenario.Il suo sistema antidrone domestico si articola in tre fasi: scoperta del drone, identificazione e allarme. La startup si tiene sul fumoso su come il sistema dovrebbe funzionare, quel che è certo è che lo scopo è avvisare il padrone di casa che un drone si sta avvicinando, dicendogli anche se è della polizia, dell’esercito o civile, e non certo abbatterlo o comunque impedirgli di funzionare. Il drone sarebbe riconosciuto attraverso una rete di telecamere, di sensori magnetici e motion detector, che dovrebbero anche bastare per capire che modello sia. “Di fatto è una tecnologia militare portata a livello consumer” assicura Faucett.

I clienti della startup sono molto vari, dice ancora l’imprenditore: “dalla casalinga ai gruppi paramilitari, dagli appassionati di armi agli attivisti antigovernativi. ma anche da gente che col governo va d’accordo”.

Il conto della protezione domestica è salato: come un’auto di lusso, assicura Faucett. Mica poco per un sistema che non garantisce nulla sull’accuratezza delle contromisure o sulla qualità delle componenti. La paranoia non ha prezzo, per tutto il resto, basta una Visa. Ben pasciuta.

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