Movo: “I droni hanno sollevato la nostra azienda”

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Grazie ai droni Movo, il celebre negozio milanese di modellismo, torna agli antichi fasti: non solo vendita di modelli ma consulenze, expertise e integrazione di sistemi per creare droni professionali per usi civili ritagliate sulle esigenze di chi li deve usare per lavoro. Un’attività, quella di costruire aeromobili, che è nel dna dell’azienda: non tutti sanno che Movo ha fatto anche un aereo vero, l’FM1 Passero del 1947. 

Movo FM1 passero, un aereo (vero) del 1947 costruito da Movo e progettato nientemeno che da Steli Frati

La crisi colpisce duro un po’ tutti, e la Movo non fa eccezione: molto dimagrita nell’organico, da qualche anno si è trasferita dalla sede storica in via principessa Clotilde, in centro a Milano, alla periferia dalle parti di Linate: una bella sede moderna e luminosa ma un poco difficile da raggiungere per colpa dei continui cantieri sulla strada Rivoltana.
Qui incontriamo Carlo Cobianchi, aeromodellista di fama e attuale titolare dell’azienda.

“Magari questo non scriviamolo, ma i droni sono quello che tiene in piedi oggi la Movo” dice. Ma noi lo scriviamo eccome, oggi un’azienda che trova una nuova strada per rinnovarsi e fare innovazione ci sembra una gran bella notizia, anche se comprendiamo il pudore (e la scaramanzia) di parlare anche delle difficoltà, che in questi anni complicati  toccano un po’ tutti. E quelle no, non fanno notizia. Ci guardiamo intorno, e tra i tanti modelli non vediamo nemmeno un piccolo quadricottero.

“Ma dove sono?” chiedo. “Negli scaffali non li vedo”.
CAM00095“Vieni in laboratorio” fa lui. “Piccoli multi ora non ne ho”.
Lo seguo nel retro e spalanco gli occhi. Come un gigantesco ragno nero e minaccioso sul tavolo di lavoro troneggia un esacottero da 82 centimetri di diametro, una bestia che mette una certa soggezione. “Motori pancake ultrapiatti, eliche di carbonio bilanciate a mano in fabbrica coppia per coppia, gimbal brusheless” elenca e solleva la cappottina del mostro. “E un solo cavetto connesso alla ricevente, tramite l’s-bus; a me piacciono i cablaggi puliti”.

E chi l’ha comperata questa meraviglia? E per farne che?

“Un cliente privato. E lo usa per giocare” sorride Carlo.  “Ma per lo più, i miei clienti sono professionisti e li usano per riprese aeree. Uno dei lavori più particolari che mi sono stati affidati è stato assemblare un drone per cercare i resti dell’aereo di Vittorio Missoni, una missione finanziata dalla famiglia Missoni stessa. La sfida era integrare un drone di grande autonomia che potesse operare in condizioni difficili, e abbastanza piccolo da poter stare una valigetta per essere imbarcato su un’aereo di linea. Ho fatto anche il drone usato per le riprese aeree durante i primi comizi di Beppe Grillo agli inizi della sua avventura politica; in questo caso, la sfida era costruire un drone improntato alla massima sicurezza”.
Carlo previene la mia scontata domanda successiva: “Le riprese sono state fatte in piazza Duomo, e sì, l’operatore aveva chiesto al comune di Milano tutte le necessarie autorizzazioni”.

 

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L’interno dell’esacottero da 82 cm: si noti l’unico cavetto che collega la ricevente alla centralina, attraverso l’S-BUS Futaba

Alla fine alla Movo sei rimasto solo tu… Ce la fai a stare dietro agli ordini, portando avanti anche il negozio?

“Grazie all’ecommerce, tengo aperto al pubblico solo il sabato, e poi il martedì e il venerdì pomeriggio. Il problema vero è trovare collaboratori competenti: io sono nel settore da molti anni, e costruisco droni esattamente calibrati sulle esigenze di chi li dovrà usare, cercando sul mercato le componenti più adatte a ogni singolo progetto. Ogni drone è diverso dagli altri, perché diversi sono i bisogni di chi lo opera. Preferisco farne pochi, ma su misura. Perché il mercato è pieno di operatori improvvisati, che cercano di piazzare droni commerciali a utenti professionisti, e poi magari spariscono quando il cliente ha bisogno di consigli o assistenza. Io più che droni vendo consulenza, esperienza e know how. Il mercato adesso è come quello dei personal computer negli anni ’80; c’è molto fermento, novità che si susseguono ma anche tanta improvvisazione”.

 


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