Negli Stati Uniti, DJI affronta da anni una serie di indagini e provvedimenti ostili da parte dell’amministrazione. Dall’inizio del secondo mandato di Trump, però, l’escalation si è fatta ancora più decisa e per il business del colosso cinese dei droni la situazione appare oggi più critica che mai.
Non solo incombe il possibile divieto di vendita a partire da dicembre, ma le recenti decisioni giudiziarie e le costanti pressioni politiche stanno ridisegnando il suo spazio di mercato, in una dinamica complessa che intreccia questioni di sicurezza nazionale, concorrenza industriale e uso militare delle tecnologie UAV.
DJI sotto accusa: prove «sostanziali» e applicazioni militari
Pochi giorni fa, la sentenza del giudice federale Paul Friedman ha riportato che il Dipartimento della Difesa ha presentato «prove sostanziali» che inseriscono DJI nella cosiddetta «base industriale della difesa cinese». Una definizione pesante, che potete leggere sul documento ufficiale, rafforza la percezione del colosso come realtà legata non solo all’uso civile, ma anche ad applicazioni militari.
Il giudice ha chiarito: «Che le politiche di DJI vietino o meno l’uso militare è irrilevante. Ciò non cambia il fatto che la tecnologia di DJI ha una sostanziale applicazione militare sia teorica sia effettiva».
Le accuse si inseriscono in un contesto più ampio: da tempo si discute del ruolo della tecnologia cinese a supporto di Mosca nella guerra in Ucraina. Gli UAV, nati come strumenti per hobby o applicazioni commerciali, sono ormai protagonisti anche sui campi di battaglia, grazie a costi ridotti e grande versatilità.
Il peso della guerra dei droni in Ucraina
Il conflitto in Ucraina ha trasformato il modo in cui il mondo guarda ai droni: dispositivi nati per fotografia e agricoltura di precisione vengono modificati per missioni di sorveglianza e, in alcuni casi, per scopi bellici. Questa evoluzione ha spinto l’Europa a progettare uno “scudo aereo” per difendersi dalle incursioni di caccia e UAV russi.
Del resto, nello scenario odierno, il fatto che droni civili possano essere usati per scopi militari non può più essere considerato un semplice sospetto, bensì è la realtà dei fatti, nonché un argomento valido per chi, negli Stati Uniti, chiede di mettere al bando DJI e altri produttori cinesi.
La riduzione della presenza di DJI negli Stati Uniti
Il marchio cinese non è sparito dal mercato americano, ma la sua presenza si è notevolmente ridotta. Già nel 2022, sotto l’amministrazione Biden, il Pentagono aveva inserito DJI nell’elenco delle società straniere considerate attive in ambito militare. Da allora la pressione si è intensificata, con conseguenze dirette sulla disponibilità dei suoi prodotti sugli scaffali statunitensi.
Oggi DJI resta nel mirino di un possibile ban nazionale: il Congresso ha chiesto un audit che entro dicembre dovrà stabilire se i suoi droni rappresentano un “rischio inaccettabile” per la sicurezza. Nel frattempo, il mercato americano si sta adattando con strategie ibride: da aziende proxy che rebrandizzano modelli DJI fino ai produttori nazionali che cercano di colmare un gap tecnologico ancora molto ampio.
Sicurezza o protezionismo?
La questione resta aperta. Se da un lato le autorità americane ribadiscono i rischi legati a possibili usi militari della tecnologia DJI, dall’altro le prove di compromissione diretta dei dati restano scarse. Intanto, i semplici utenti e i professionisti lamentano costi più alti e prestazioni inferiori nei droni americani.
Lo scenario è quello di una battaglia commerciale travestita da questione di sicurezza, con DJI che continua a essere il punto di riferimento tecnologico, nonostante la pressione politica.



