Nel 2014 si volava sul cantiere più grande d’Italia con una camera 4K e un regolamento appena nato. Oggi il drone misura e non solo racconta.
Che cosa è cambiato, e che cosa no.
Articolo di Carlo Intotaro
Si parla dell’autunno 2014, Rho-Pero, alle porte di Milano. Su 110 ettari di terreno si sta costruendo Expo 2015: decine di padiglioni nazionali, il decumano coperto da tensostrutture, gru a torre in ogni lotto. Ogni settimana, tra ottobre e dicembre, un drone decolla dal cantiere per una o due sessioni di volo. Le immagini finiscono in «Belvedere in città», il progetto con cui TIM ed Expo 2015 mostravano al pubblico, puntata dopo puntata, l’avanzamento dei lavori.
Ai comandi, come pilota e operatore di ripresa al servizio di Skyrobotic, che forniva il drone, c’ero io. Dodici anni dopo, con alle spalle cantieri aeroportuali, portuali, archeologici e ospedalieri, vale la pena rileggere quell’esperienza: non per nostalgia, ma perché aiuta a capire che cosa è davvero cambiato nell’uso dei droni in cantiere.

2014: un regolamento appena nato
Il regolamento ENAC sui mezzi aerei a pilotaggio remoto era stato pubblicato a dicembre 2013 ed era diventato operativo nella primavera del 2014. Volare con continuità su un cantiere di quelle dimensioni, a pochi mesi dall’entrata in vigore delle regole, significava muoversi in un quadro ancora tutto da interpretare, con procedure, autorizzazioni e valutazioni dei rischi costruite caso per caso.
Sul campo, il problema principale non era il drone ma il cantiere. Decine di gru a torre in movimento,
mezzi d’opera, squadre al lavoro su più lotti contemporaneamente: ogni volo andava pianificato per traiettorie, quote e orari, coordinandosi con le imprese per non interferire con le lavorazioni e per non sorvolare le persone. La regola d’oro era semplice: il volo si adatta al cantiere, mai il contrario.

Una camera 4K su un multirotore
Il drone montava una Panasonic Lumix DMC-GH4, presentata pochi mesi prima come la prima mirrorless in grado di registrare video 4K. A fine 2014 era una delle prime camere 4K installabili su un multirotore professionale: un salto di qualità notevole rispetto al Full HD, che permetteva di estrarre fotogrammi utilizzabili anche come immagini fisse.
Lo scopo, però, era la comunicazione. Le riprese servivano a raccontare l’opera al pubblico, e le immagini venivano trasmesse e pubblicate sfruttando la rete 4G realizzata da TIM sul sito. Di misura, nel senso in cui la intendiamo oggi, non si parlava: niente ortofoto, niente nuvole di punti, niente confronti metrici fra una settimana e l’altra.

La lezione di Expo: la regolarità conta più del singolo volo
La cosa più utile che ho imparato a Expo non riguarda la tecnologia. Le stesse traiettorie, ripetute ogni settimana dagli stessi punti e alle stesse quote, rendevano le immagini confrontabili: bastava affiancare due puntate per vedere l’avanzamento a colpo d’occhio. Un volo spettacolare isolato racconta poco; una serie regolare di voli racconta il cantiere.
La seconda lezione è la scala. Su 110 ettari nessun punto di vista a terra restituisce l’insieme dei lavori: solo dall’alto si capisce come i singoli lotti si incastrano nel disegno complessivo, il cardo e il decumano di ispirazione romana su cui era organizzato il sito.

Oggi: regole europee e operazioni per categorie
Dal 31 dicembre 2020 si applicano in Italia i regolamenti europei (UE) 2019/945 e 2019/947, che hanno sostituito l’impostazione nazionale con un approccio basato sul rischio dell’operazione: categoria aperta, specifica e certificata, registrazione degli operatori sul portale D-Flight, attestati per i piloti, classi di marcatura dei velivoli, scenari standard e valutazioni del rischio per le operazioni più complesse.
Per chi lavora in cantiere il cambiamento è sostanziale: le regole sono più chiare e uguali in tutta Europa, ma la pianificazione resta un lavoro serio. Sorvolo di persone non coinvolte, vicinanza ad aeroporti e aree urbane, operazioni oltre la vista del pilota: sono proprio le situazioni tipiche dei grandi cantieri, e richiedono di scegliere con cura la categoria e lo scenario corretti prima ancora di decollare.
Oggi: dal video alla misura
Il secondo cambiamento riguarda i sensori e, di conseguenza, il prodotto finale. I droni professionali di oggi montano camere con otturatore meccanico pensate per la fotogrammetria, ricevitori GNSS RTK o PPK che posizionano ogni scatto con precisione centimetrica, e in molti casi sensori LiDAR. Il risultato di un volo non è più un filmato, ma un dato: ortofoto georeferenziate, nuvole di punti, modelli tridimensionali, sezioni e volumi.
Questo cambia il ruolo del drone in cantiere. Una campagna di rilievo ripetuta a intervalli regolari permette di misurare l’avanzamento, verificare scavi e rinterri, calcolare i volumi dei cumuli, confrontare l’opera costruita con i modelli di progetto in formato IFC. È lo stesso principio di Expo, la regolarità, applicato però alla misura e non più solo al racconto.

Le «finestre irripetibili»
In un cantiere ci sono momenti che non tornano. Le armature prima del getto, le reti impiantistiche prima del rinterro, gli impianti prima della chiusura dei controsoffitti: una volta coperti, documentarli diventa impossibile o molto costoso. La pianificazione delle campagne di rilievo, oggi, ruota attorno a queste finestre, concordate con la direzione lavori e con l’impresa in base al cronoprogramma.
Su un cantiere ospedaliero in più corpi edilizi, per esempio, abbiamo programmato i voli proprio su queste scadenze, integrandoli con rilievi laser a terra per gli interni. Il valore del dato sta nel momento in cui viene raccolto: arrivare con una settimana di ritardo significa aver perso l’informazione.

Drone e timelapse: continuità e misura
Il terzo cambiamento è l’integrazione con altri strumenti. Il drone vola a intervalli, anche ravvicinati; tra un volo e l’altro il cantiere continua a lavorare. Per la continuità delle immagini oggi si affiancano impianti timelapse fissi, spesso alimentati a energia solare, che scattano per tutta la durata dei lavori dallo stesso punto. Il timelapse documenta il «quando», il drone misura il «quanto».
In alcuni casi si aggiungono droni che decollano in automatico da una stazione installata in cantiere, utili per voli molto frequenti su aree estese. Sono strumenti potenti, ma il loro impiego richiede autorizzazioni specifiche e un’attenta valutazione del rischio, e non sostituiscono la pianificazione di un operatore esperto.
Che cosa non è cambiato
Dopo più di dieci anni, alcune cose sono rimaste esattamente come a Expo. Il cantiere ha la precedenza sul volo, e ogni operazione va coordinata con il coordinatore della sicurezza e con le imprese presenti. Le immagini riguardano persone al lavoro, e vanno gestite nel rispetto della privacy e dello Statuto dei lavoratori: inquadrature limitate all’opera, offuscamento di volti e targhe quando le immagini vengono diffuse.
E soprattutto resta valida la lezione principale: un drone in cantiere vale per la regolarità con cui vola, non per la spettacolarità del singolo volo. Nel 2014 serviva a raccontare un’opera al pubblico; oggi serve anche a misurarla. Ma il metodo, stessi punti, stesse quote, stessa cadenza, è lo stesso.
Qualche nota sull’autore.
Chi è Carlo Intotaro? E’ il General Manager di DW Service S.r.l.s. (Todi, PG), che con il marchio Droinservice opera con droni per rilievi, ispezioni e riprese, con autorizzazioni ENAC/EASA dal 2014, e con il marchio DroinCam si occupa di monitoraggio dei cantieri con impianti timelapse e rilievi.



