Il drone e la fiamma (petrolifera)

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Le torri di gas flaring con i loro pennacchi infuocati sono uno spettacolo un po’ inquietante, ma abbastanza consueto nel panorama industriale, anche italiano: sono le torri in cui vengono combusti i gas in eccesso estratti insieme al petrolio, che vengono bruciati perché sarebbe troppo costoso costruire infrastrutture adeguate per trasportarlo nei luoghi di consumo.

Sono impianti che hanno un notevole impatto ambientale, e quando non funzionano bene possono rilasciare metano, biossido di zolfo e altri composti organici volatili compresi gli idrocarburi aromatici (benzene, toluene, xileni) e benzapirene, che sono noti per essere cancerogeni.
Inoltre ci sono stati incidenti ambientali piuttosto gravi, per esempio in Canada una di queste torri ha letteralmente arrostito un grande stormo di 7.500 uccelli migratori.

E’ quindi importantissimo monitorare al meglio la fiamma e i gas che vengono sprigionati: una cosa che con gli aeroplani non si può fare, per ragioni di sicurezza: ovviamente la fiamma può diventare un pericolo per un aeromobile che si avvicini troppo, senza contare che sotto la torre c’è la raffineria e un incidente grave farebbe presto a trasformarsi in una catastrofe.

Invece i droni possono avvicinarsi abbastanza alla fiamma e in caso di incidente le conseguenze al suolo non sarebbero certo gravi come un eventuale disastro aereo. Senza contare che naturalmente il pilota sta al sicuro ben lontano dal pennacchio. Tutte considerazioni che hanno spinto la FAA a concedere una delle sue rarissime autorizzazioni all’uso dei droni professionali a Total Safety U.S., azienda specializzata nel monitoraggio di queste torri (che gli americani chiamano flare stacks).

Secondo l’autorizzazione della FAA (sono solo otto in tutto le aziende autorizzate negli USA, più o meno quante sono le compagnie italiane autorizzate dall’ENAC a effettuare operazioni critiche) i droni di Total Safety U.S.potranno avvicinarsi al pennacchio fiammeggiante mentre l’impianto è attivo: ci risulta che sia la prima e unica azienda in tutto il mondo a fare esperienza in questo specifico settore.

“Gli impianti chimici e raffinerie sono no-fly zone” dice ha detto Lawrence Crynes, direttore generale di Total Safety Flare Services. “Quindi fare controlli visivi è possibile solo da lontano. Ma la distanza può compromettere l’efficacia del controllo, e a volte non si riesce proprio a fare da terra a causa delle condizioni meteo o della presenza di alberi, cavi elettrici, edifici e altri ostacoli. Il nostro obiettivo è quello di verificare l’integrità meccanica del flare e dei componenti visibili, per aiutare a determinare la necessità di riparazione o sostituzione” continua Crynes. “L’integrità meccanica del Flare Stack ha un impatto sulla sicurezza dei lavoratori. Inoltre, un bruciatore che non funziona correttamente può produrre emissioni fuori dai parametri di legge”.

La macchina dell’azienda americana vola in FPV, con un equipaggio di due persone, pilota che controlla il drone con l’uso di occhiali e operatore che si occupa dell’acquisizione delle immagini.

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