Polemica drone Expo: la parola al legale

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Il consulente legale di DonEzine, Francesco Paolo Ballirano, interviene sulle polemiche a seguito dei voli del drone sull’Expo

La polemica che sta infuriando tra gli esperti di settore circa le presunte irregolarità relative alle operazioni specializzate svolte da una nota azienda presso i cantieri dell’Expo di Milano è una valida occasione per avviare alcune riflessioni sulle responsabilità dell’operatore nelle attività di volo non critiche e il coordinamento tra la normativa “speciale” stabilita dal Regolamento Enac e del Codice della navigazione e la normativa generale di diritto comune.

Prima di fare ciò una premessa è d’obbligo. Non appare opportuno esprimere in questa sede giudizi valutativi riguardo alle operazioni intraprese nel caso specifico, ormai più che dibattuto. Questo perché non potremmo né saremmo comunque in grado di assolvere a tale compito, non avendo un quadro completo (e documentale) della vicenda e poi perché, in ultima analisi, spetta all’ENAC (e alle altre autorità eventualmente coinvolte) verificare se l’operatore abbia rispettato il Regolamento e la normativa generale e prendere, se necessario, le dovute decisioni e provvedimenti.

Ciò nonostante, possiamo tuttavia avviare un’analisi per chiarire alcune questioni specifiche (che traggono origine dal caso concreto) per poi giungere a delle conclusioni generali.

Anzitutto occorre fare un breve cenno alla c.d. analisi del rischio, documento di fondamentale importanza che l’operatore deve presentare all’ENAC a corredo della dichiarazione di rispondenza al Regolamento per operazioni non critiche e nel quale vengono riportati i risultati dell’analisi del livello di rischio associato alle operazioni da intraprendere, eseguita al fine di sostanziare la sicurezza delle stesse (cfr. art. 8, punto 9, del Regolamento). Al fine di verificare se l’aerea in cui sarà utilizzato il SAPR è da definirsi critica o meno, l’Operatore deve valutare gli scenari di impiego del SAPR che includono non solo quelli previsti per le operazioni, ma anche quelli che potrebbero essere eventualmente interessati in caso di malfunzionamenti. La valutazione del rischio deve anzitutto tener presente della densità di popolazione insistente sull’area oggetto dell’attività e la presenza di eventuali infrastrutture “sensibili” in quanto, in caso di incidenti, potrebbero essere fonti di rischio per la comunità. In sostanza l’operatore deve garantire che le operazioni specializzate siano sicure e non critiche e, quindi, conformi a quanto previsto dall’art. 8, punto 5, lett. a, del Regolamento, ove viene specificato che non deve essere previsto il sorvolo di “aree riservate ai fini della sicurezza dello stato”, delle ATZ e comunque, che le operazioni debbano essere effettuate ad una distanza di almeno 8 km dal perimetro di un aeroporto e dai sentieri di avvicinamento/decollo di/da un aeroporto.

In tale contesto, occorre specificare che l’eventuale comunicazione ad enti pubblici che non hanno competenza in tema di gestione del traffico aereo, pur essendo certamente sintomatica della buona fede dell’operatore, non lo porrebbe comunque al riparo da eventuali contestazioni circa l’effettiva regolarità della dichiarazione. In tal senso, il sorvolo al di sotto dei 1500 piedi su una “Prohibited Aera” in condizione perenne, quale quella relativa ad un edificio adibito ad istituito penitenziario, che va ben oltre il perimetro dello stesso edificio, è materia di competenza della polizia di navigazione e semmai, le autorità da coinvolgere nel valutare la possibilità il sorvolo su un’area del genere, tra l’altro insistente su strutture riservate alla sicurezza dello Stato, sono l’ENAC e/o l’ENAV.

Nel caso in esame quindi, la valutazione del rischio avrebbe dovuto tener in debito conto della presenza dell’aeroporto ad una distanza inferiore agli 8 km, ma soprattutto della presenza di un edificio, qual è appunto un carcere, sul quale vige perenne divieto di sorvolo. Appare pertanto complicato qualificare tali operazioni come operazioni “non critiche”, soprattutto tenendo conto che all’area delle operazioni dovrebbe essere aggiunta l’area relativa al buffer, ossia quella zona intermedia tra l’area delle operazioni e le aree limitrofe, che può essere interessata nel caso di anomalie ed atterraggi d’emergenza del SAPR.

Vi è da aggiungere, infine, che la presenza di operai sulla zona delle operazioni implica il coinvolgimento di alte disposizioni normative, quali quelle relative alla privacy, alla sicurezza nelle aree di lavoro nonché in quelle in tema di diritto del lavoro. È il caso di citare infatti il provvedimento del Garante sulle riprese dei luoghi di lavoro (Provvedimento in materia di videosorveglianza – 8 aprile 2010  Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29 aprile 2010), che potrebbe trovare applicazione in caso di attività di video sorveglianza, anche se, sotto un diverso profilo, eventuali riprese televisive sui luoghi di lavoro per documentare attività od operazioni solo per scopi divulgativi o di comunicazione istituzionale o aziendale e che vedano coinvolto il personale dipendente, possono essere assimilabili ai trattamenti temporanei finalizzati alla pubblicazione occasionale di articoli, saggi ed altre manifestazioni del pensiero. In tal caso, alle stesse si applicano le disposizioni sull’attività giornalistica contenute nel Codice della privacy (D.lgs 196/2003, artt. 136 e ss.), fermi restando, comunque, i limiti al diritto di cronaca posti a tutela della riservatezza, nonché l’osservanza del codice deontologico per l’attività giornalistica ed il diritto del lavoratore a tutelare la propria immagine opponendosi, per motivi legittimi, alla sua diffusione (art. 7, comma 4, lett. a), del Codice). Ad ogni modo, un consenso espresso oralmente, senza l’informativa relativa al trattamento dei dati personali prevista dal Codice della privacy appare quantomeno carente dal punto di vista giuridico-formale, in quanto appare comunque necessario fornire almeno agli interessati l’informativa “minima”, indicante il titolare del trattamento e la finalità perseguita, stabilita dall’art. 13, comma 3, del Codice della privacy.

È necessario inoltre menzionare, dal punto di vista strettamente giuslavoristico (e non tenendo comunque conto degli eventuali contratti collettivi di categoria) quanto disposto dall’art. 4 della Legge n. 300/1970 (Statuto dei lavoratori), in tema di impianti e apparecchiature, “dai quali può derivare anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l’uso di tali impianti”. Le riprese video del cantiere inoltre, dovrebbero essere coordinate con le disposizioni contenute nel Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro (D.lgs. n. 81/2008 e successive modifiche), in quanto l’attività di sorvolo del cantiere potrebbe implicare rischi per la sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro, derivanti, ad esempio, dalla caduta del SAPR e/o dalla sua eventuale collisione con impalcature ed ostacoli presenti nell’area delle operazioni.

In sostanza, a quanto pare, la non criticità delle operazioni nel caso specifico appare sicuramente dubbiosa, come pure appaiono carenti le misure volte a tutelare la sicurezza relativa al sorvolo degli impianti sensibili, la privacy dei soggetti ripresi ed in generale le garanzie poste a tutela dei lavoratori. Le conseguenze penali sono molteplici, prima fra tutte, per quanto ci interessa, quella relativa al reato di falsa attestazione previsto dall’art. 495 c.p., che punisce, con la reclusione da uno a sei anni, chiunque dichiara o attesta falsamente al pubblico ufficiale l’identità, lo stato o altre qualità proprie o altrui. L’ipotesi di reato sussiste quando viene presentata all’ENAC la dichiarazione di rispondenza per le operazioni specializzate non critiche contenente informazioni non veritiere (nel documento viene fatto espresso riferimento al D.P.R. 445/2000, gli artt. 75 e 76 che richiama il reato in parola). A ciò è da aggiungersi, inoltre, anche il reato previsto dall’art. 1228 cod. nav. nel quale è punito con l’arresto fino a sei mesi ovvero con l’ammenda fino a euro 516,00, il comandante di un aeromobile, che sorvola centri abitati, assembramenti di persone o aeroporti, senza osservare le prescrizioni del regolamento o gli ordini dell’autorità competente nonché l’ipotesi di reato prevista dall’art. 1231 cod. nav., nel quale viene stabilito che chiunque non osserva una disposizione di legge o di regolamento ovvero un provvedimento legalmente dato dall’autorità competente in materia di sicurezza della navigazione è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi ovvero con l’ammenda fino a euro 206,00.

Quanto precedentemente esposto consente infine, di svolgere alcune considerazioni sulla natura della dichiarazione di rispondenza e sui rischi che deve tenere in debito conto l’operatore. La prima considerazione è relativa alla natura giuridica della dichiarazione di rispondenza. Essa è un’autocertificazione che viene presentata alla autorità pubblica e si differenzia dal più gravoso iter autorizzavo anche soprattutto perché l’ENAC non assume un ruolo “attivo”. Essa appare senza dubbio uno strumento valido e proporzionato alla non criticità delle operazioni specializzate che si andranno a svolgere, ma allo stesso tempo impone all’operatore un’attenta analisi dei pericoli relativi alla sicurezza, alla eventuale violazione delle norme specifiche del diritto della navigazione e quelle derivanti dalle altre norme che potrebbero interessare le operazioni nei casi concreti (sicurezza sul lavoro, privacy etc). Assume pertanto un ruolo primario la capacità (e la responsabilità) dell’operatore di poter garantire che la sicurezza sia totale e non lo esponga ad eventuali rischi, anche da quelli derivanti dalla violazione di altre leggi non prettamente inerenti al diritto della navigazione.

In sostanza, e questa è la seconda considerazione da svolgersi, la dichiarazione di rispondenza non è una scorciatoia per aggirare il Regolamento ENAC. Eventuali forzature, false o errate attestazioni, oltre ad esporre l’operatore a seri rischi, comportano la perdita di credibilità sia dell’Ente che degli operatori, con l’inasprimento delle normative e dei provvedimenti dell’autorità ed inevitabili conseguenze negative per tutto il settore dell’aviazione a pilotaggio remoto.

 

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