“Cosa ho provato uccidendo con il drone”. Un ex pilota USA si racconta

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487893-drones“L’ho guardato mentre moriva. C’è voluto molto tempo”. In una drammatica intervista, un ex pilota americano di droni racconta al magazine americano GQ tutto l’orrore di uccidere persone a migliaia di chilometri di distanza.

Come in un videogame, ma il sangue è vero. Lui è l’aviere di prima classe  Brandon Bryant, pilota aerei robot armati al sicuro in un bunker nel deserto del Nevada. Le vittime sono afghane. Racconta la paura di avere ucciso anche un bambino, finché il sollievo di scoprire che quel corpo maciullato era un cane. Ci sono volute foto ad alta definizione per capirlo, tanto era conciato dai missili del suo Predator.

L’attacco comincia quando Bryant nota tre uomini in una strada polverosa. Da ordine alla telecamera del suo drone di zoomare sui sospetti. Gli è stato detto che sono armati di fucile, ma da quell’altezza vede solo un bastone da pastore.

nel visore del casco, si accende una luce lampeggiante: “Spot”.

Comincia una drammatica checklist.
IR mode: Check.
Laser designator: Check.
Countdown: Three … two… one.. “Missile off the rail“.

Il missile Hellfire (fuoco d’inferno, letteralmente) da 95 mila dollari esce dal serbatoio del drone e si aggancia alla rampa di lancio. Una fiammata e il razzo supersonico punta a colpo sicuro contro il bersaglio che non si è ancora accorto del drone.

“Quando il fumo e la polvere si sonno diradati, nel cratere c’erano i pezzi di due persone” ha detto a GQ. “E lì vicino un ferito grave, non aveva più la gamba destra, la teneva in mano, e il sangue zampillava dal moncherino. Sul visore IR era caldo. Il suo sangue era caldo. Ma quando ha toccato terra, ha cominciato a raffreddarsi. Il lago di sangue si è raffreddato in fretta. Gli ci è voluto molto tempo per morire. Io mi sono limitato a guardarlo. L’ho guardato prendere lo stesso colore della sabbia del deserto”.

Leggi l’intervista originale su GQ (in inglese) 

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