Sappiamo bene che il patrimonio storico e culturale del nostro Paese è davvero vasto, ma spesso non consideriamo al suo interno anche i tantissimi reperti che al momento non sono fruibili, perché devono essere ancora scoperti o perché giacciono in luoghi difficilmente o non accessibili, come ad esempio quelli in fondo al mare. In quest’ultimo caso, spesso si tratta di relitti o persino interi moli che le acque del mare hanno avuto cura di mantenere in stato di conservazione spesso sorprendentemente buono.
Alcune di meraviglie sommerse sono state interessate nei giorni scorsi da una missione che il team DIRECT – Disaster and Recovery Team del Politecnico di Torino ha svolto in Puglia assieme alle risorse del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento (con cui esiste una convenzione interdipartimentale per svolgere attività di rilievo tridimensionale del patrimonio archeologico sommerso per le Digital Humanitiesper).
Come riferisce il magazine del politecnico di Torino, sulla sponda ionica, nei pressi dell’Area Marina Protetta (A.M.P.) di Porto Cesareo, il team ha per raccogliere dati e immagini relative a una nave lapidaria, risalente all’età romana, che al momento dell’affondamento trasportava 5 colonne. Altrettanto interessante la missione svolta presso la Riserva Naturale dello Stato – Oasi WWF Le Cesine, sulla costa adriatica, che ha avuto ad oggetto un importante molo romano.
Durante le operazioni, il team ha utilizzato fotocamere subacquee (adoperato dai sommozzatori), ma anche posizionatori GPS subacquei, droni marini e droni aerei, dotati di sensori ad alta risoluzione nel visibile e multispettrali.
I dati raccolti con questi strumenti verranno utilizzati per elaborare modelli 3D e ortofoto finalizzati alla documentazione e studio dello stato di conservazione delle emergenze archeologiche.




